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lunedì 9 febbraio 2009

PROMESSE MANTENUTE. OPPURE NO? LA RIVINCITA DEL FISCO ETICO

«Non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani, abbasseremo la pressione fiscale sotto il 40%»
(Silvio Berlusconi, febbraio 2008)

«Per far ripartire l'economia reale dobbiamo avere il coraggio di ridurre la pressione fiscale»
«la progressiva riduzione delle tasse é la strada da perseguire»
(Silvio Berlusconi, 8 ottobre 2008)



CON DL ANTI CRISI TORNA LA PORNO TAX

Roma
- Dopo anni che esiste solo su carta (è stata varata qualche Finanziaria fa ma non è mai uscito il regolamento attuativo) il porno in Tv e sulla carta stampata sarà stangato. Torna infatti con il decreto anti-crisi la "pornotax" (articolo 31). L’addizionale prevista sui produttori dalla manovra del 2005 si abbatterà dal periodo di imposta in corso sui programmi televisivi di contenuto pornografico e sulla carta stampata. La norma viene leggermente modificata: non ci sarà addizionale sul materiale «di incitamento alla violenza» ma solo su quello pornografico.


Viene inoltre ridefinito il concetto di materiale pornografico: «si intendono i giornali quotidiani o periodici, con i relativi supporti integrativi, e ogni opera letteraria, teatrale e cinematografica, audiovisiva o multimediale, anche realizzata o riprodotta su supporto informatico o telematico, in cui siano presenti immagini o scene contenenti atti sessuali espliciti e non simulati tra adulti consenzienti come determinati con decreto del presidente del consiglio su proposta del Ministro dei beni culturali entro due mesi dall’entrata in vigore del decreto.
(29 novembre 2008)
Fonte: La Stampa.it

Per fortuna qualche mente libera esiste ancora:


venerdì 6 febbraio 2009

MENO MALE CHE GIORGIO C'E'!

Sul caso Eluana, il governo potrebbe varare un decreto legge volto ad impedire l'esecuzione della sentenza della Corte d'appello di Milano, a sua volta giudicata corretta dalla Cassazione. Il provvedimento, secondo quanto sostiene l'Ansa, contiene un solo articolo dal titolo: «Disposizioni urgenti in materia di alimentazione ed idratazione». Questo è il testo: «In attesa dell'approvazione di una completa e organica disciplina legislativa in materia di fine vita l'alimentazione e l'idratazione, in quanto forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze, non possono in alcun caso essere rifiutate dai soggetti interessati o sospese da chi assiste soggetti non in grado di provvedere a se stessi».(5 febbraio 2009)
Fonte: Corriere della Sera


ELUANA: LETTERA NAPOLITANO A BERLUSCONI, NO A DECRETO
Roma, 6 febbraio
- Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso, in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, della quale è stata data lettura in Consiglio dei ministri, un nuovo diniego all'adozione di un decreto legge sul caso di Eluana Englaro. Contestualmente, a quanto si apprende da fonti governative, il capo dello Stato avrebbe sollecitato un rapido pronunciamento del Parlamento sul testamento biologico.
Fonte: Ansa


Lo dico senza troppi giri di parole.
Non mi importa se la sua storia politica è radicalmente differente dalla mia.
Non mi interessano nemmeno quali sono state le sue posizioni in passato.
Tutti possono cambiare idea.
Lo giudico esclusivamente per quello che dice e per come si comporta ora.
E sulla base di quello che vedo da quando ricopre la sua carica posso tranquillamente affermare di essere orgoglioso che Napolitano sia il mio Presidente.
Sì, questo è il mio Presidente!


Un plauso va anche al Presidente della Camera Gianfranco Fini, l'unico che sta seriamente cercando di contrastare la deriva illiberale presa da questo governo.

(ASCA) - Roma, 5 febbraio - L'ipotesi di un decreto per intervenire nella vicenda di Eluana Englaro non trova d'accordo il presidente della Camera Gianfranco Fini. A riferirlo sono fonti parlamentari della maggioranza che hanno avuto modo in questi ultimi giorni di parlare del caso con il presidente Fini che avrebbe detto che un decreto ''sarebbe un grave errore'' e che il governo dovrebbe riflettere bene prima di ricorrere a questo strumento.


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-"Il caso di Eluana. Riflessioni sull'eutanasia"

venerdì 10 ottobre 2008

COMUNISMO E MERITOCRAZIA. CONSIDERAZIONI A MARGINE: LIBERALISMO E LIBERTARISMO SONO UTOPIE?

Bertrand de Jouvenel, all'interno del suo libro"L'etica della redistribuzione", parlando del socialismo scrive:
«Esso (il socialismo) cerca di fondare un nuovo ordine di amore fraterno. Il sentimento-base del socialismo non è la convinzione che le cose siano non proporzionate e quindi non giuste, nè che le remunerazioni non siano proporzionate al lavoro, ma è una rivolta emotiva contro gli antagonismi nella società, contro la bassezza del comportamento degli uomini nei confronti l'uno dell'altro.
E' certo logicamente possibile minimizzare l'antagonismo minimizzando le occasioni in cui i cammini degli uomini si incontrano. Dunque, la soluzione agraria risiede nella sovranità economica di ogni singolo proprietario sul suo ben delineato campo che è della stessa misura di quello del suo vicino. Ma questo non è possibile nelle società moderne, dove gli interessi sono intrecciati come in un nodo gordiano. Tagliare il nodo vuol dire regresso ad uno stato più primitivo. Ma c'è un'altra soluzione: c'è un nuovo spirito di gioiosa accettazione di questa interdipendenza; cioè che gli uomini, chiamati dal progresso economico e dalla divisione del lavoro a cooperare l'uno con l'altro sempre più , dovrebbero farlo "in una novità di spirito", non come faceva l'uomo "vecchio" che dosava con avarizia il suo lavoro in base alla sua remunerazione, ma come un uomo "nuovo" che trova il suo piacere nel benessere dei suoi fratelli.
(...) La soluzione socialista, quindi, è la distruzione della proprietà privata come tale.
(...) Una comunità di questo genere funziona. Ha funzionato per secoli e noi possiamo vederla al lavoro proprio sotto i nostri occhi in ogni comunità monastica. Ma bisogna notare che queste sono città dell'amore fraterno perchè sono città originariamente costruite dall'amore del Padre. Bisogna inoltre notare che i beni materiali vengono divisi senza problemi perchè sono disprezzati. I membri di una tale comunità non solo non aspirano ad aumentare il loro benessere individuale a spese l'uno dell'altro, ma non aspirano ad aumentarlo in nessun modo. I loro appetiti non sono indirizzati a comodità materiali, scarse e quindi motivo di competizione; sono indirizzati a Dio, che è infinito. In breve, questi sono soci l'uno dell'altro non perchè formano un corpo sociale, ma perchè sono parte di un corpo mistico.
Il socialismo cerca di ristabilire questa unità senza la fede che la genera. Cerca di ristabilire una equa spartizione come tra fratelli, senza il disprezzo per i beni materiali, senza il presupposto per la loro inutilità.
(...) Il socialismo soffre di un'ambiguità nel suo modo di giudicare i valori: se il bene della società risiede in ricchezze più grandi, perchè non dovrebbe essere così per il bene dell'individuo?
(...) Se questa aspirazione alla ricchezza è sbagliata nell'individuo, perchè non lo è nella società?»

De Jouvenel, argomentando con chiarezza e acume, a mio parere centra il punto della questione.
Il socialismo non è applicabile non perchè astrattamente impossibile, ma perchè si scontra con la natura umana.
Un tipico esempio dell'inefficienza socialista consiste nell'osservare come in assenza di adeguati incentivi (ovvero di remunerazioni diversificate sulla base della propria produttività) ognuno cercherà di lavorare il meno possibile; a che scopo lavorare molto e con impegno se tanto il compenso ricevuto sarà lo stesso anche nel caso si risparmino le forze lavorando al di sotto delle proprie possibilità?
Questa ad esempio era la ragione alla base della bassa produttività dei kolchoz sovietici (ed è la ragione che oggi sta portando a profonde riforme all'interno dei kibbutz israeliani, il cui modello organizzativo è da tempo entrato in crisi) ed è chiaramente riconducibile a ragioni di tipo psicologico, alla natura che caratterizza la maggior parte degli individui. Come sottolineato da de Jouvenel una comunità basata su uno spirito di fratellanza autentico e disinteressato è possibile solamente all'interno di nuclei di piccoli dimensioni, non certamente all'interno di grandi comunità. Perchè il socialismo possa venire applicato con successo su larga scala occorrerebbe modificare la natura umana, cosa che avevano capito già i primi socialisti.

A questo riguardo Ludwing von Mises, nel suo "Liberalismo" (edito nel 1927), scriveva:
«Gli autori socialisti promettono a tutti non solo la ricchezza ma anche la felicità e l'amore, il pieno sviluppo psichico e fisico della personalità, l'estrinsecazione di grandi potenzialità artistiche e via dicendo. (...) Proprio di recente Trotckij ha sostenuto in un suo scritto che nella società socialista il "livello medio dell'umanità" si solleverà alle altezze di un Aristotele , di un Goethe, di un Marx".»

Per provare a supplire alla carenza denunciata da Bertrand de Jouvenel, ovvero "ristabilire l'unità senza la fede che la genera", le elites socialiste, attraverso il controllo dell'istruzione, hanno cercato di forgiare un "uomo nuovo", adatto a vivere in una società socialista, ma poichè non è possibile operare contro la natura umana fino ad ora i risultati non sono arrivati.


Qualche tempo fa, girovagando sul web, mi sono imbattuto in questo commento scritto all'interno del blog ufficiale del Partito dei Comunisti Italiani (Pdci) che mi ha fatto parecchio riflettere:
«(...) Un'ultima cosa sul concetto di merito. Noi, intendo come me praticamente tutti i Marxisti-Leninisti, non neghiamo affatto il "Merito". Faccio però solo notare che l'esasperazione della meritocrazia produce effetti controproducenti. E' bene premiare il merito, ovviamente, ma la premiazione del merito non deve diventare l'umiliazione degli altri. Il meritevole ha comunque bisogno dell'accettazione del suo merito da parte di TUTTI. Se premiare il merito significa umiliare quelli meno meritevoli, puoi star certo che gli umiliati non saranno più disposti a riconoscerti il tuo merito... Anche questo è "natura umana"...»

Ogni liberale non può che essere
sconfortato nel constatare quanto basso sia il consenso di cui godono le sue idee, e questo a dispetto della loro apparente e incontrovertibile razionalità. Si tratta semplicemente di scarsa conoscenza?
Del fatto che ad un primo impatto il liberalismo possa risultare ostico e che quindi le persone non si sentono incentivate nel suo approfondimento?
E' un problema che dipende dal fatto che i liberali comunicano male e non riescono a trovare il modo di rendere le loro tesi sufficientemente accattivanti presso il grande pubblico?
O forse siamo di fronte ad una follia collettiva, di massa?


E se invece la ragione avesse radici più profonde?
Così come la maggior parte delle persone non è disposta ad impiegare tutte le proprie energie in un'attività sulla base di un generalizzato e indistinto sentimento di solidarietà nei confronti del prossimo e in totale assenza della prospettiva di un accrescimento del proprio benessere individuale allo stesso modo non fa forse parte della natura umana il sentimento dell'invidia?
La maggioranza delle persone non è disposta ad accettare una competizione leale basata sul merito, non è disposta ad accettare il rischio, non è interessata alla libertà se essa comporta il principio della responsabilità individuale, ovvero quello secondo il quale ogni scelta errata implica delle conseguenze che verranno pagate in prima persona.
Mises, nella sua già citata opera "Liberalismo", scrive: «Orbene, il liberalismo non ignora affatto che gli uomini agiscono anche irrazionalmente. Se infatti agissero sempre e comunque razionalmente, sarebbe superfluo esortarli ad assumere la ragione come criterio della loro azione. Il liberalismo non sostiene che gli uomini agiscono sempre razionalmente, ma semplicemente che dovrebbero sempre farlo nel loro stesso interesse ben calcolato. E l'essenza del liberalismo consiste appunto nel portare l'elemento della ragione anche nella politica, dandole quel rilievo che nessuno le contesta in tutti gli altri campi dell'azione umana.»
-"Orbene, il liberalismo non ignora affatto che gli uomini agiscono anche irrazionalmente"
ANCHE irrazionalmente o SOPRATTUTTO irrazionalmente?
-"E l'essenza del liberalismo consiste appunto nel portare l'elemento della ragione anche nella politica"
Ma questo è possibile?
Mises non era forse un po' troppo ottimista al riguardo, come la storia dello scorso secolo sembra averci insegnato?


In sostanza, mi chiedo...
Liberalismo e libertarismo fanno forse anch'essi a pugni con la natura umana, pur trattandosi di sistemi basati su idee razionali?
Delineano mondi ipotetici sognati da un manipolo di illuminati, che sospirando pensano "questo è quello che potrebbe essere se la natura che anima la maggior parte degli esseri umani fosse diversa"?
In sintesi, sono due utopie?
A malincuore sto iniziando a pensare che la risposta sia "sì".

N.B.:
sullo stesso argomento consiglio la lettura del post "Qualcuno era liberale", scritto dall'amico Jinzo.

giovedì 11 settembre 2008

LA DESTRA CHE VORREI (1): LE OPINIONI DI DUE GIORNALISTI REALMENTE LIBERI

«Può esistere un'altra destra?»
«C'è uno spazio serio a destra per i distinguo? C'è spazio per chi non reputi la Fallaci un vertice della cultura occidentale? C'è spazio, a destra, per chi non sia ossessivamente filo-israeliano? C'è spazio per chi non sia clericale? C'è spazio per i garantisti vecchio stampo? C'è spazio per chi non sia disposto a difendere, sempre e in ogni caso, il corporativismo di tutte quelle categorie che notoriamente evadono il fisco? C'è spazio per chi sia disposto a riconoscere un pur minimale fondamento a certe questioni ambientaliste?»
(Filippo Facci)


«(...) la destra lasci ai cittadini le libere scelte individuali. Chi vive profondamente e intimamente la propria religiosità sarà libero di praticarla, come adesso è libero di non divorziare e di non abortire. Ma lo Stato deve salvaguardare la propria laicità, che comporta anche l'abolizione di molti privilegi concessi alle Chiese. Soprattutto, uno Stato guidato da un centrodestra moderno deve lasciare libero ognuno di condurre la propria vita come vuolr, senza interferire con scelte etiche o morali su decisioni che riguardano soltanto l'individuo. Parlo del diritto all'eutanasia, di quello a stendere un testamento biologico, della procreazione assistita, della sessualità, della contraccezione, della possibilità di convivere con chicchessia avendo gli stessi diritti di chi preferisce sposarsi.»
(Gordano Bruno Guerri)


Filippo Facci e Giordano Bruno Guerri


N.B.:
chi scrive non concorda sempre con quanto affermano Facci e Guerri (anche se molto spesso è così), quello che è veramente importante è constatare che per fortuna non esistono solo yesmen e che all'interno del centrodestra c'è ancora qualche spirito libero che ha il coraggio di esprimere le proprie opinioni anche se queste non sono in linea con quelle del quotidiano per il quale scrive e si discostano profondamente da quello che è l'orientamento prevalente all'interno del movimento politico del loro editore senza per questo farsi alcun problema di sorta.
Personalmente ritengo che gli articoli di Filippo Facci e di Giordano Bruno Guerri, assieme a quelli di Massimo Teodori e di Nicola Porro, oltre a non essere mai banali e a offrire ogni volta spunti di riflessione interessanti, siano gli unici motivi per cui ogni tanto valga ancora la pena leggere "il Giornale".

lunedì 21 luglio 2008

IL CASO DI ELUANA. RIFLESSIONI SULL'EUTANASIA

Il 9 luglio il Tribunale Civile di Milano ha autorizzato Bettino Englaro, padre di Eluana, a sospendere il trattamento che prevede l’alimentazione e l’idratazione forzata della figlia.
A beneficio di chi non conosce questa vicenda faccio un breve riepilogo dei fatti.
Il 18 gennaio del 1992 Eluana Englaro, che allora aveva 20 anni, intorno alle quattro del mattino è vittima di un terribile incidente stradale. Da quel giorno Eluana si trova in stato vegetativo permanente e da 16 anni è tenuta in vita dal trattamento di alimentazione e idratazione forzata. Nel 1999 il padre, Bettino Englaro, forte della volontà della ragazza, che un anno prima del suo incidente di fronte alla vista di un suo caro amico in coma aveva espresso il desiderio, nel caso si fosse trovata in una situazione analoga, di non essere tenuta in vita, presenta al Tribunale di Lecco la richiesta di sospendere l’alimentazione e l'idratazione forzata, richiesta che viene respinta e che dà il via ad una lunga battaglia giudiziaria che la famiglia di Eluana ha combattuto con enorme tenacia e determinazione.

La sentenza della Corte di Cassazione, come era ovvio avvenisse, ha scatenato un vivace dibattito che ha coinvolto medici, giuristi, intellettuali, autorità religiose e politici e che inevitabilmente ha dato vita a roventi polemiche.
Su questioni come l'eutanasia o il testamento biologico sono state spese fiumi di parole, per cui non ho certo la presunzione di aggiungere qualcosa di nuovo al dibattito. Nonostante questo desidero però esprimere ugualmente la mia opinione.
Il punto fondamentale da cui partire è che gli esseri umani sono tra loro diversi.
Le persone non sono un ammasso di automi indistinti, ma ogni individuo presenta tratti originali e peculiari che lo rendono diverso da chiunque altro. Ogni uomo ha caratteristiche fisiche, intellettive, caratteriali, morali, sogni, aspirazioni, gusti e preferenze proprie, e la somma di questi (e di molti altri) aspetti dà vita ogni volta a qualcosa di unico e irripetibile.
Sulla base di questa considerazione, solo all'apparenza ovvia e banale, molti assegnano alla libertà un valore importantissimo.
Il liberalismo, che poggia sul concetto di diritto naturale, ovvero sulla convinzione che esista un insieme di norme di comportamento dedotte dalla natura e conoscibili dall'uomo, individua i diritti naturali nel celebre trittico "vita-libertà-proprietà". Agli uomini deve essere lasciato dunque il massimo grado di libertà possibile, con l'unico limite del rispetto dei diritti fondamentali degli altri individui.

A mio avviso anche per quello che concerne la delicata questione vita-morte, in nome della diversità di ciascuno, ogni persona va lasciata libera di decidere sulla base di valutazioni individuali.
Secondo alcuni vale sempre la pena vivere, a prescindere, perchè anche nelle situazioni più difficili è sempre possibile provare gioia, mentre secondo altri, nel caso vengano meno determinate condizioni, la vita non è più fonte di alcuna gioia ma diventa invece una prigione che causa solamente indicibili sofferenze.
Si tratta di due visioni legittime, e ovviamente solo il singolo individuo è in grado di stabilire se esiste o meno un "punto di rottura", ovvero un limite oltre il quale il dolore (intendendo con il termine "dolore" sia il dolore fisico che quello psicologico) diventa insopportabile, e nel caso quel limite esista fissarne i confini.
Con che diritto infatti qualcunaltro si può ergere a giudice supremo pretendendo di stabilire regole assolute in materia di sopportazione del dolore (inteso, lo ribadisco, come dolore fisico e psicologico)?
Solo io posso stabilire quale sia il MIO livello di sopportazione, ed il fatto che qualcuno voglia non solo espropriarmi di questa facoltà, ma addirittura negare che essa sia un mio diritto, a mio modo di vedere è un atto mostruoso, incivile, prepotente e tirannico.
Se una persona decide che il suo livello di sofferenza
e divenuto ormai intollerabile come ci si può permettere di giudicarla?
Con quale presunzione?

In base a quale delirio di onnipotenza?
Chiaramente deve sempre essere il diretto interessato a esternare in modo esplicito la propria volontà. Questo può avvenire o tramite la comunicazione diretta o attraverso la stesura di un documento (il cosiddetto testamento biologico) all'interno del quale ogni persona lascia precise disposizioni su che comportamento desidera venga messo in atto su di sè nel caso si venga a trovare in particolari e specifiche circostanze (ad esempio, come nel caso di Eluana, in stato vegetativo a causa di un incidente). Nel caso invece la volontà dell'individuo non sia espressa in modo chiaro, come ad esempio nella vicenda che ha visto protagonista l'americana Terry Schiavo, nella quale il marito asseriva che la donna avrebbe voluto che i macchinari fossero staccati mentre i suoi genitori affermavano l'esatto contrario, ritengo che nel dubbio l'individuo vada sempre e comunque tenuto in vita.
In definitiva, poichè nel caso di Eluana tutte le testimonianze sembrano attestare in modo inconfutabile che la volontà della ragazza fosse quella di non essere tenuta in vita nel caso si fosse venuta a trovare in queste condizioni, ritengo che la decisione presa dai giudici sia giusta.


N.B. (1):
l'obiezione più classica alle argomentazioni che ho appena esposto è di ordine etico ed è portata avanti da persone credenti, le quali sostengono che la vita è un bene "indisponibile" perchè ci è stata data da un'entità superiore, e quindi non appartenendoci, non essendo di nostra esclusiva proprietà, non ne possiamo disporre come meglio crediamo.
Per chi volesse conoscere la mia opinione in merito dell'argomento mi sono già occupato all'interno del pos
t
"Politica, religione libertarismo, cattolicesimo ed eutanasia"
.

N.B. (2): anche se arrivano a conclusioni diverse dalle mie consiglio la lettura dei bei post scritti rispettivamente da Gianrocco Ambrosiano e da Ismael:

giovedì 26 giugno 2008

ROBIN HOOD TAX. NON SERVONO PAROLE

Come si suol dire a volte alcune immagini valgono più di mille parole...






La risposta più efficace a questo problema, ovvero l'elevato costo dei carburanti, non può dunque che essere questa (che poi per un liberale è sempre la solita):

STOP ALLO STATALISMO!


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-"Considerazioni su Tremonti e sulla Robin Hood tax"
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martedì 13 maggio 2008

L'ORA DELLA VERITA'

Con la nomina dei sottosegretari, avvenuta nella giornata di ieri, è stata completata la formazione del nuovo governo (il Berlusconi IV), espressione della coalizione politica composta dal Popolo della Libertà, dalla Lega Nord e dal Movimento per l'Autonomia che ha conquistato la maggioranza relativa dei voti nelle elezioni politiche che si sono tenute lo scorso 13 e 14 aprile.

Le urne, lo ricordo, hanno consegnato alla coalizione di centrodestra una solida maggioranza in entrambe le Camere.
Questa è la ripartizione dei seggi:

Camera dei Deputati
Pdl - Lega Nord - MpA: 344
Pd - Idv: 246
Udc: 36
Svp: 2
Autonomie Liberté Démocratie: 1
Movimento Associativo Italiani all'Estero: 1

Senato della Repubblica
Pdl - Lega Nprd - Mpa: 174
Pd - Idv: 132
Udc: 3
Svp: 2
Svp Insieme per le autonomie: 2
Vallee d'Aoste: 1
Movimento Associativo Italiani all'Estero: 1

Si tratta di una situazione molto simile a quella del 2001, con la differenza che questa volta non fanno parte della maggioranza di governo l'Udc (a detta del Premier Berlusconi il partito che maggiormente esercitò veti, pressioni e ricatti politici, ostacolando e rallentando in molte occasioni l'operato del governo) e la componente più statalista e conservatrice di Alleanza Nazionale, confluita nel movimento La Destra di Francesco Storace.
Se a questo si aggiunge che in virtù dell'esito del voto (esclusione delle "estreme", ovvero Sinistra Arcobaleno e La Destra, dal Parlamento, assemblea che per la prima volta ospiterà un numero esiguo di partiti) molto probabilmente il governo si confronterà con un'opposizione non esclusivamente dedita all'ostruzionismo e potenzialmente collaborativa, non si può non concludere che la nuova maggioranza si troverà ad operare in condizioni estremamente favorevoli.

I problemi che affliggono il Paese sono gravi, ma la forza parlamentare e il diffuso consenso di cui gode il centrodestra lo rendono in grado di poter varare tutte le decisioni necessarie a migliorare e a modernizzare l'Italia, anche quelle più impopolari.
Questo esecutivo ha la forza per poter resistere ai ricatti esercitati dalle lobby e dalle corporazioni (banche, assicurazioni, ordini professionali, Confindustria, sindacati), sprecare questa opportunità sarebbe semplicemente folle ed irresponsabile.
La ricetta ai numerosi mali che paralizzano l'Italia, per un movimento (il Pdl) che nelle intenzioni si definisce liberale, non può essere che una: realizzare la tanto agognata (e sempre rimandata) rivoluzione liberale.

Questa volta non verranno ammesse scuse o giustificazioni.
E' arrivata l'ora della verità.


Nota personale: in seguito alla lettura di alcune argomentazioni espresse nei commenti al post all'interno del quale spiegavo per chi avrei votato e perché ho parzialmente modificato le mie intenzioni, votando per il Partito Liberale Italiano alla Camera e per il Popolo della Libertà al Senato.
Spero ardentemente che il nuovo governo non deluda le mie aspettative e che non mi costringa a pentirmi della mia decisione.

venerdì 11 aprile 2008

PER CHI VOTERO' E PERCHE'

Sono da sempre un appassionato di politica. Fin da quando ero bambino.
Come è naturale che sia, nel corso del tempo, sulla base di vari studi, letture, riflessioni e di una maturazione intellettuale personale molte mie opinioni e posizioni sono mutate.
L'approdo finale di questo mio percorso è stato il liberalismo.
Quando l'ho incontrato e ho iniziato ad approfondirlo davanti a me si è dischiuso un mondo nuovo.
Molto banalmente, il liberalismo è la dottrina filosofico-politica che mette al centro di tutto l'individuo ed i suoi diritti, stabilendo che ogni persona gode di una sfera di libertà che non può essere scalfita da nessuno e che ogni persona ha il diritto di compiere ogni azione desideri a patto che questo non rechi danno ad altri o che non impedisca ad altri della possibilità godere degli stessi diritti di cui ha goduto l'individuo in questione; il liberalismo si fonda sulla libertà di scelta, non ha la pretesa di stabilire che cosa è giusto o che cosa è sbagliato e non vuole omologare il pensiero degli individui. Il liberalismo inoltre avversa ogni forma di coercizione e quindi pone dei paletti assai severi riguardo i limiti che non devono essere oltrepassati dall'attività statale (arrivando, in alcune sue varianti, a mettere in discussione il concetto stesso di "Stato").
In sintesi dunque il liberalismo poggia sul concetto di individuo, proponendosi come il sistema in grado di valore al massimo le capacità e i talenti delle singole persone, e si contrappone a visioni collettivistiche della società.
Al contrario di quanto avvenuto in altre parti del globo, come ad esempio all'interno del mondo anglosassone, in Italia le idee e la cultura liberale hanno avuto una diffusione e un impatto assai scarsi.
Il vecchio Partito Liberale Italiano (Pli), nato nel 1922 e ricostituitosi nel1943, durante l'epoca repubblicana e fino al suo scioglimento, avvenuto il 6 febbraio del 1994 sulla scia di Tangentopoli, pur avendo fatto parte di numerose coalizioni di governo, ha sempre avuto un bacino elettorale assai esiguo.
Sul fronte strettamente culturale le cose non sono mai andate meglio, visto che dal dopoguerra in poi la cultura politica che ha avuto la diffusione più vasta tra gli intellettuali è stata quella di matrice marxista, motivo per il quale il liberalismo per decenni è stato di fatto quasi del tutto ignorato a livello accademico.
Questa situazione è parsa poter cambiare quando nel 1993 l'imprenditore Silvio Berlusconi ha annunciato l'intenzione di fare il suo ingresso in politica, progetto che si è concretizzato il 18 gennaio del 1994 con la fondazione di Forza Italia.
Berlusconi espresse fin dal principio, forte della sua esperienza di imprenditore di successo, l'idea di rendere efficiente la macchina statale, di ridurne il peso, sottolineando la necessità di amministrarla come fosse un'azienda e di introdurre concetti che per il nostro Paese erano decisamente rivoluzionari, quali ad esempio la meritocrazia. Il suo progetto era quello di creare un "partito liberale di massa".
Gran parte del vecchio Pli aderì con entusiasmo al nuovo movimento, esaltato dalla prospettiva di poter avere finalmente un posto di rilievo nella vita politica italiana. Il momento della riscossa era finalmente arrivato? Molti liberali credettero di sì.
Sulla bontà dei concetti liberali nessuno ha mai avuto dubbi, e con un'adeguata organizzazione alle spalle e soprattutto forti di un leader che possedeva grande popolarità, eccellenti doti comunicative e ingenti risorse economiche, oltre a controllare vari media, si pensò che si sarebbe riusciti a diffondere in modo efficace quelle idee presso la maggioranza degli italiani.
Il programma con il quale Forza Italia si presentò alle elezioni del 1994 assieme ai suoi alleati (vincendole), scritto quasi interamente da Antonio Martino, era autenticamente liberale e liberista.
Quel governo purtroppo durò solo sei mesi, a causa della Lega Nord che ritirò il suo appoggio.
Seguirono un governo tecnico e un quinquennio nel quale governò il centrosinistra (dal 1996 al 2001).
Il 13 maggio del 2001 il centrodestra rivinse le elezioni con un programma un po' meno liberale rispetto a quello del 1994 ma che comunque generò aspettative altissime tra i liberali, che purtroppo però nei cinque anni seguenti vennero per la maggior parte disattese.
L'azione di quell'esecutivo fu contraddistinta da un'elevata litigiosità interna e, nonostante alcuni buoni provvedimenti, alla fine il bilancio, rispetto alle attese, fu largamente insufficiente. Si registrò una riduzione della pressione fiscale assai bassa (non venne dato seguito al progetto delle due aliquote uniche), non ci fu un imponente processo di privatizzazioni e di liberalizzazioni, la spesa pubblica non diminuì nella misura nella quale ci si attendeva e la burocrazia non venne snellita in modo sensibile e apprezzabile. Contemporaneamente si registrò una progressiva marginalizzazione degli esponenti liberali e sui cosiddetti temi eticamente sensibili il governo operò una decisa sbandata illiberale, che culminò con l'approvazione della legge 40.
Nel 2006 il programma elettorale era decisamente meno liberale di quello del 2001 (un esempio su tutti: era sparita la proposta delle due aliquote uniche) e quello del 2008 rappresenta un'ulteriore regressione, da un punto di vista liberale, rispetto a quello del 2006.
Giulio Tremonti, che in caso di vittoria sarà il ministro dell'economia, lancia da mesi attacchi durissimi nei confronti del libero mercato e della globalizzazione, arrivando a sostenere che l'intervento statale nell'economia è giusto e necessario. Nel programma non c'è traccia di vaste privatizzazioni e liberalizzazioni (banche, assicurazioni, servizi locali, professioni) e anzi, vengono candidati personaggi come il leader della rivolta dei tassisti. Non sono previsti meccanismi di privatizzazione del sistema sanitario. Sono infine presenti numerose misure interventiste e assistenzialiste.
Per quanto riguarda le questioni eticamente sensibili nemmeno l'ombra di provvedimenti quali la depenalizzazione delle droghe leggere, dell'abrogazione della legge Merlin o della legge 40, dell'introduzione del divorzio breve, del testamento biologico, dell'eutanasia, o dell'istituzione di meccanismi privatistici attraverso i quali due persone conviventi, a prescindere dal loro sesso, possano regolare di comune accordo una serie di aspetti.
Manca la previsione di riforme strutturali quali ad esempio, nell'ambito dell'istruzione, l'abolizione del valore legale del titolo di studio.
Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che ormai da qualche anno nessuno dei leader del centrodestra, Berlusconi in primis, cita tra i "padri nobili" esponenti liberali (Mises, Hayek, Friedman) ma solo esponenti della cultura popolare, l'inarrestabile clericizzazione in atto, testimoniata da dichiarazioni tipo quelle rilasciate da Gasparri (“Il Pdl accoglie l’appello di Bagnasco e si impegna a difendere e sostenere i valori cristiani, in difesa della vita e a tutela della famiglia. Nel preambolo al nostro programma di governo abbiamo inserito indicazioni chiare di valori e temi etico-sociali che impegnano da un punto di vista morale tutti i candidati del Pdl. Una sottoscrizione chiara che va al di là del programma e che sarà la stella polare per tutto il Popolo delle libertà”) e l'esclusione di numerosi esponenti liberali dalle liste (Daniele Capezzone, Alfredo Biondi, Dario Rivolta, Egidio Sterpa, Antonio Del Pennino e Lino Jannuzzi), a fronte della presenza di fascisti, statalisti e clericali di ogni sorta, il quadro è fosco.

La quasi totalità dei liberali, giustamente, è delusa, insoddisfatta e frustrata. Che fare dunque?
Ci sono tre possibilità:

1) astenersi;

2) votare Pdl "turandosi il naso";

3) esprimere un voto di protesta, optando per la scheda bianca o nulla o dando la propria preferenza ad un partito minore;


Personalmente ritengo che solo la terza opzione sia costruttiva.
In ogni tornata elettorale c'è sempre una quota di astensione "fisiologica".
Se non mi reco alle urne il mio non voto verrà confuso con l'astensionismo di chi non va a votare perchè non si informa e e si disinteressa della politica come di qualunque altro argomento serio.
Ma anche se vado a votare turandomi il naso non lancio alcun segnale.
La politica è un mercato.
Se io fossi un politico perchè dovrei interessarmi delle opinioni degli astensionisti "fisiologici"?
Tanto è gente che non va a votare a prescindere, non mi è di alcuna utilità.
E viceversa...
Perchè dovrei interessarmi delle preferenze di chi mi vota turandosi il naso?
L'importante è che mi votino, sai quanto me ne importa se sono scontenti o lo fanno con il magone.
Tanto negli anni precedenti ho talmente polarizzato la competizione (come i miei rivali con l'antiberlusconismo) che i miei elettori con i quali ho instaurato un vincolo di fedeltà mi voteranno comunque, anche se delusi, qualunque cosa faccia o dica, non ho bisogno di ascoltarli.
Se io invece dò un voto di protesta, facendo capire di essere un elettore dell'area di centrodestra che però non è disposto a votare il Pdl a prescindere, in un contesto dove ultimamente le elezioni si decidono per un pugno di voti, probabilmente la prossima volta qualche esponente del Pdl si preoccuperà di capire quali sono le mie opinioni, le mie richieste e le mie preferenze. Non lo farà per motivi alti e nobili, ma per puro interesse personale. Questa volta non ho votato per lui, ma il fatto che io mi sia preso la briga di andare al seggio e votare e che tendenzialmente appartenga alla sua area politica significa che potenzialmente sono una persona che la prossima volta potrebbe esprimere una preferenza per lui.
La politica è fatta di accordi e di equilibri. Il programma del Pdl non è un accordo a metà strada fra le ragioni dei conservatori e dei liberali, ma è tutto orientato verso le istanze dei primi. Se da liberali facciamo gli snobbisti disertando le urne o gli yesmen del voto, che dicono "sì" qualunque idiozia venga loro proposta, non facciamo il bene del liberalismo, perchè il nostro potere contrattuale (per le ragioni che ho spiegato) è zero. Se invece il Pdl dovesse pareggiare o quasi le elezioni perchè si vede chiaramente che c'è stata una perdita di voti sul versante liberale (potrebbero bastarne poche decine di migliaia, come l'altra volta) probabilmente la prossima volta verremo ascoltati.
E "ascoltarci" non vuol dire adottare “Il manifesto libertario” di Rothbard come programma elettorale, e nemmeno stilare un programma tipo quello del partito liberale olandese.
So perfettamente che l'Italia non è l'Olanda, il Belgio o il Canada, dove esistono forti partiti liberali in grado di concorrere per la vittoria alle elezioni.
No,"ascoltarci" vuol dire darci delle liste dove c'è qualche liberale e dove il programma sia un compromesso equilibrato tra conservatori e liberali, tipo quello dei Conservatori inglesi, dei gollisti dell'Ump o del Partito Popolare spagnolo.
E non credo che mi si possa definire utopico, o liberale da salotto, o accusare di chiedere la luna, perchè ho citato esempi concreti che fanno riferimento a partiti conservatori che in Europa fanno parte del PPE, e non dell'ELDR.
E’ francamente paradossale che un sedicente partito liberale di massa sia enormemente più clericale di un partito che fa esplicitamente riferimento alla cultura politica popolare e che opera anch’esso in presenza di una Chiesa Cattolica forte e con un’alta capacità di mobilitazione.

Alcuni dicono che i liberali dovrebbero cercare di condurre la loro battaglia all'interno del Pdl. Questo sarebbe sacrosanto se fossimo in presenza del sistema americano. Se ci fosse una legge elettorale che prevede la presenza dei collegi uninominali nei quali ogni partito tiene delle primarie allora gli elettori liberali potrebbero sostenere dappertutto i loro candidati in contrapposizione a quelli espressi dalle altre anime del partito. Il sistema elettorale invece è proporzionale, le liste sono bloccate (cioè senza la possibilità di indicare la preferenza), sono interamente decise dai vertici e non c'è la possibilità di concorrere per la leadership. In queste condizioni come si può realisticamente pensare di condurre una battaglia "dall'interno"?

Alle elezioni che si svolgeranno domenica e lunedì si presenterà ance il ricostituito Partito Liberale Italiano (Pli).
Riguardo al voto dato ai piccoli partiti e alla sua razionalità il noto politologo Gianfranco Pasquino ha scritto:
"(...)E' stato quindi notato che, nel caso del voto, come di altri comportamenti di partecipazione, la motivazione detta strumentale, vale a dire del perseguimento di un obiettivo preciso, specifico -l'elezione di un determinato candidato, la vittoria del proprio partito-, sia talvolta subordinata alla motivazione definibile come espressiva, vale a dire la riaffermazione dell'appartenenza dell'elettore a una classe sociale, a un gruppo etnico, a una chiesa, a una comunità culturale, a un'associazione professionale. Nel caso di un voto espressivo, l'attività di partecipazione fonde in un insieme significativo le motivazioni del prendere parte con quella dell'essere parte. Diventa perfettamente razionale per gli elettori affermare con il voto la loro appartenenza e la loro adesione, a prescindere dalle possibilità effettive di influenzare l'esito del voto."
(Gianfranco Pasquino, "Corso di Scienza Politica", Il Mulino)


Come ho spiegato e argomentato non ritengo che il Pli vada votato in nome di una motivazione espressiva, e quindi sostanzialmente fine a sè stessa, ma per un obiettivo ben concreto, ovvero quello di lanciare un segnale.
Il Pli è ritornato per la prima volta sulla scheda elettorale in occasione delle regionali del 2005, apparentato con il centrodestra. L'anno successivo, in occasione delle elezioni politiche, si è presentato all'interno della Casa delle Libertà. Il suo Segretario, Stefano De Luca, nel 1994 è stato eletto europarlamentare all'interno delle liste di Forza Italia.
E' chiaro dunque che ogni singolo voto che otterrà il Pli sarà stato espresso da un elettore appartenente all'area di centrodestra, e nella quasi totalità dei casi si tratterà di un elettore deluso di Forza Italia.
Direi che con il voto al Pli il segnale che si lancia è inequivocabile.
Non è un voto utile nel senso che contribuirà eleggere un candidato che in Parlamento si farà portatore di determinate istanze. E' un voto utile perchè è l'espressione del malessere e del disagio di molti elettori liberali e costituirà un messaggio indirizzato agli esponenti del Popolo della Libertà, messaggio che se recepito contribuirà alla creazione di un centrodestra migliore.


Un centrodestra più liberale.

Questa sì che per il Paese sarebbe una cosa non utile, ma utilissima.

martedì 13 novembre 2007

CONSIDERAZIONI SUL CROCEFISSO E SUI SIMBOLI RELIGIOSI

Tra i tanti segnalo i post scritti da Utopia, da Fabristol e da Massimo\Monsoreau.
La loro lettura mi ha indotto a formulare alcune considerazioni riguardo al tema dei simboli religiosi e della loro eventuale presenza o meno all'interno dei luoghi pubblici.
Chi contesta la presenza del crocefisso lo fa sulla base del fatto che il nostro è uno Stato laico (che si basa cioè sulla separazione tra Stato e Chiesa) e che quindi un edificio pubblico, in quanto diretta emanazione dello Stato, dovrebbe riflettere il suo carattere laico vietando l'esposizione di simboli religiosi; l'esposizione del crocefisso all'interno di un'aula scolastica inoltre autorizzerebbe legittimamente fedeli di confessioni religiose diverse a pretendere l'esposizione di simboli legati alla propria religione, come ad esempio il velo islamico.
Chi invece difende la presenza del crocefisso all'interno delle aule scolastiche (e più in generale all'interno di qualunque edificio pubblico) ribatte affermando che il crocefisso non è solamente il simbolo di una religione, ma è il simbolo di un'intera civiltà, quella occidentale, e che vietarne l'esposizione significa rinnegare le radici culturali alla base della nostra civiltà.
Seguendo questo impianto teorico si afferma che il valore simbolico del crocefisso va al di là di quello strettamente religioso, giudicando quindi coerente la sua presenza in un'aula scolastica con il carattere laico del nostro Stato e con il divieto all'esposizione di simboli religiosi diversi, come ad esempio il velo islamico, sostenendo che in questa particolare fase storica, in cui l'occidente deve affrontare importanti questioni come quelle legate ai problemi di convivenza generati da grandi flussi migratori e alla minaccia del terrorismo fondamentalista di matrice islamica per poterle affrontare efficacemente è vitale riaffermare con forza la nostra identità culturale e religiosa, e che questa operazione passa necessariamente anche attraverso l'esaltazione di simboli come il crocefisso.

Personalmente la mia opinione è la seguente.
Sicuramente un cattolico ha tutto il diritto di considerare il crocefisso un simbolo per lui estremamente importante, ma il fatto di pensare di trasformarlo da simbolo di una specifica religione a simbolo di un'intera civiltà che lo Stato dovrebbe esporre in ogni luogo pubblico è una notevole forzatura.
Indubbiamente il cattolicesimo (perchè -è bene ricordarlo- nel protestantesimo, che è un movimento che è stato anch'esso assai importante nella storia occidentale, il crocefisso non viene utilizzato) ha inciso nella sviluppo della cultura europea, ma hanno inciso anche la cultura greco-romana, movimenti filosofici come l'illuminismo o fenomeni di natura economica come lo sviluppo del capitalismo.
Assumere il crocefisso come simbolo dell'intera civiltà occidentale vorrebbe dire riconoscere ad una corrente del cristianesimo (il cattolicesimo) un'importanza notevolmente superiore a tutto il resto, il che secondo me non corrisponde a verità.
E se nella definizione di "cultura occidentale" si includono anche concetti quali la libertà e lo sviluppo della democrazia occorre sottolineare che molto spesso essi si sono affremati nonostante (e non grazie) la religione (fenomeni come le conversioni forzate, l'inquisizione, l'intolleranza e l'odio generati dalle guerre tra cattolici e protestanti, la restrizione della libertà di pensiero o di stampa in nome della religione cristiana ne sono un esempio).
In sostanza il pensiero filosofico che è nato e che si è sviluppato nell'ambito del cattolicesimo (di cui il crocefisso è un simbolo) è stato sicuramente importante all'interno di quella che definiamo civiltà occidentale, ma non è che uno dei fattori che l'hanno generata.
Concordo quindi con quanto viene affermato nel preambolo della Costituzione Europea:

ISPIRANDOSI alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell'Europa, da cui si sono sviluppati i valori universali dei diritti inviolabili e inalienabili della persona, della libertà, della democrazia, dell'uguaglianza, e dello Stato di diritto; (...)
Viene affermata l'importanza della religione, ma non viene arbitrariamente assegnato al cattolicesimo un'importanza superiore a tutti gli altri fattori (protestantesimo, pensiero classico greco-romano, movimenti filosofici di varia natura, ecc...).

Sulla presenza o meno dei simboli religiosi all'interno delle scuole pubbliche concordo con quanto stabilisce la legge francese del 2004 (varata, lo ricordo, da un governo di centrodestra).
La legislazione francese garantisce (come è ovvio che sia in uno Stato democratico) la libertà di culto, chiunque cioè può professare una religione, finanziarla tramite donazioni, partecipare a funzioni o fare proselitismo.
Le varie comunità di fedeli sono poste sullo stesso piano a prescindere dalla loro consistenza numerica (tradotto significa che nessuno gode di vantaggi fiscali e che lo Stato autorizza la costruzione di edifici di culto senza però finanziarla).
Poichè però una scuola non è una chiesa, una sinagoga o una moschea al suo interno niente crocefisso, kippà o velo.
Lo trovo un ottimo punto di equilibrio tra una visione che, violando uno dei diritti fondamentali dell'individuo,ovvero la libertà di culto, vieta di professare una religione (come accadeva nei regimi comunisti) e una visione che invece rivendica l'esistenza di una religione di Stato (che comporta scontri tra le varie comunità religiose e mancanza di rispetto verso chi non crede).
E il fatto che sia stata varata proprio in Francia dovrebbe smentire chi grida al "cedimento culturale" e accusa chi ha una simile visione di non essere fiero della propria storia, visto che i francesi sono notoriamente ultranazionalisti (anzi, probabilmente in occidente sono i più nazionalisti in assoluto).

Infine, per quanto riguarda il problema del fondamentalismo islamico e il modo nel quale affrontarlo...
Io ritengo che la soluzione sia il liberalismo,che tutela tutti, non l'affermazione e l'ostentazione orgogliosa dei particolarismi,come quelli culturali (e a mio modo di vedere il crocefisso è un simbolo di carattere particolare e non universale).
Neanche io voglio un imbarbarimento della società nella quale vivo, ma se il problema è il fondamentalismo islamico non ritengo che la soluzione consista nella contrapposizione religiosa in una sorta di riedizione delle guerre combattute nel medioevo.
Il liberalismo è fondato su principi di natura universale, e poggia sulla difesa delle libertà fondamentali dell'individuo, e poichè la shari'a a causa della sua natura violenta e coercitiva è incompatibile con i suddetti principi in una società nella quale vigono i principi del liberalismo essa non può trovare cittadinanza.
Non è meglio punire comportamenti fanatici e violenti in nome di principi universali (nei quali quindi si possono riconoscere credenti appartenenti a confessioni religiose diverse e persone non credenti) invece che impostare la questione come Cristianesimo vs Islam?


Libri consigliati per chi volesse approfondire l'argomento:
-"Rapporto sulla laicità. Velo islamico e simboli religiosi nella società europea. Il testo della commissione francese Stasi" (ed. Scheiwiller, Parigi,2004)
-Djavann Chahdortt, "Giù i veli" (ed. Lindau, 2004)

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mercoledì 24 ottobre 2007

LIBERALI E CONSERVATORI: QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL CONCETTO DI MULTICULTURALISMO (2)

La variegata composizione dell'attuale società dà spesso origine a tensioni e problemi.
In risposta al dibattito sociologico e politico nato intorno a questo tema si è affermato in modo dirompente il concetto di "multiculturalismo".
Conservatori e liberali lo avversano ritenendolo dannoso, ma partendo da punti di vista differenti.
I conservatori, in nome della difesa della tradizione (usi, costumi, consuetudini, credenze e valori di un popolo) combattano tutto quello che secondo loro la può intaccare e contaminare mettendola in pericolo.
Non capendo il paradosso rappresentato dal fatto di difendere una certa cultura e contemporaneamente dichiararsi fortemente critici nei confronti del multiculturalismo, il cui principio di fondo è appunto l'orgogliosa difesa della cultura di appertenenza.
I liberali invece partono dal presupposto che prima di essre parte di comunità territoriali, etniche o regilose siamo individui, dunque in primo luogo siamo entità singole e non parte di entità collettive.
E come individui siamo portatori di diritti inviolabili che sono necessariamente di natura universale.
Una convivenza pacifica tra individui è possibile solamente in presenza di regole basate su tali principi (lo ribadisco,di natura universale) che valgono per tutti e che non possono essere derogate o disapplicate in nome di "particolarismi" di varia natura (etnici,nazionali,religiosi).


Per chiarire meglio il mio pensiero pubblico qui di seguito un articolo secondo me molto bello scritto da Carlo Lottieri:
L'Opinione
edizione 222 del 13-10-2007
"Multiculturalismo e diritto"
di Carlo Lottieri
C’era una volta il diritto naturale, e con esso l’idea che uccidere è uccidere, il furto è proibito, e la violenza qualcosa che comunque deve essere impedito e punito. Quale fosse la sua radice (greca o cristiana, religiosa o puramente razionale), quel diritto era considerato un criterio importante per valutare il diritto positivo – i concreti ordinamenti legali – e implicava l’idea che gli uomini appartengono tutti alla stessa specie e per questo devono rispettare talune regole comuni. Nessuno ovviamente ha mai negato che vi fossero situazioni locali e differenze storiche, ma dovevano essere intese quali specificazioni in qualche modo marginali.
Il giudice tedesco che ha concesso le attenuanti all’immigrato sardo resosi colpevole di aver picchiato la propria fidanzata interpreta allora il disagio del mondo d’oggi, e il suo crescente relativismo, nel momento in cui “scusa” quell’uomo a causa delle sue origini etnico-culturali.

La cosa porta alla mente quanto avvenne anni fa in un campus americano quando fu avviata una procedura contro un professore italiano accusato di avere allungato le mani su una studentessa. Non potendo negare i fatti, il docente adottò una strategia difensiva basata sul multiculturalismo. Egli infatti affermò che se si fosse proceduto contro di lui si sarebbe offesa la sua identità di italiano, dato che da noi – a dire di tale docente, almeno – palpeggiare le giovani fanciulle non consenzienti farebbe parte della cultura comune. In quell’occasione il professore fu condannato, ma se tentò quella strada è perché conosceva quanto oggi sia forte la tendenza a perdonare qualsiasi cosa in nome delle identità “di gruppo”. L’episodio è curioso e in qualche modo estremo, ma permette alcune utili riflessioni. Come nel caso del sardo e del rapporto uomo-donna entro quel contesto, è tutto da dimostrare che esistano identità tanto fisse e facilmente identificabili. Nessuno di noi è totalmente riconducibile a una qualche identità: religiosa, etnica o di altro tipo. Per giunta, il fatto che all’interno di una cultura vi sia una maggiore indulgenza verso taluni comportamenti aggressivi non significa affatto che tali comportamenti debbano essere accettati, ma anzi spesso segnala la necessità di interventi più decisi. Il relativismo multiculturalista contemporaneo, invece, non si pone tali problemi.

Avverso all’individuo e ad ogni forma di universalismo, guarda agli uomini come a membri di “tribù” e crede che ogni pratica sociale con qualche radice nel passato debba essere in qualche modo tutelata e protetta. Con ogni probabilità, quel giudice tedesco ha soltanto voluto essere un buon giudice: ha cercato di capire quella specifica situazione e dare una risposta puntuale. Ma non si vede per quale motivo si dovrebbe concedere ai sardi (o agli italiani in genere) la facoltà di fare ciò che viene negato ad altri. Una simile condotta avrebbe perfino l’effetto di rafforzare i peggiori pregiudizi, e anche di indurre a comportamenti discriminatori. Se un certo gruppo etnico non deve rispondere alle norme a cui fanno riferimento tutti gli altri (e questo perché gode di una posizione “privilegiata”), è comprensibile che vi sia chi preferisce non avere rapporti con quella gente. Immaginiamo, ad esempio, che si legalizzi il fatto che un inquilino immigrato dall’Africa non è tenuto a restituire in buone condizioni l’appartamento ottenuto in locazione. Ne deriverebbe che quegli immigrati troverebbero ancor più problemi nella ricerca di una casa.

Chiamato a esprimersi sulla sentenza tedesca, il presidente Francesco Cossiga è apparso particolarmente salace, chiedendo che in linea con i principi adottati in quel caso si autorizzino gli zingari a rubare, i pedofili a molestare i bambini, i maniaci sessuali ad aggredire le donne, e via dicendo. Nessuno contesta che esistano tradizioni e e che spesso queste siano meritevoli di essere salvaguardate. Ma quando abbiamo a che fare con vittime e aggressioni, il modo migliore di atteggiarsi di fronte ad una cultura consiste nell’invitarla a crescere, a migliorarsi, a superare le proprie angustie. Punendo i responsabili e tutelando quanti hanno subito un danno. Il problema è cruciale: ben al di là del caso di cronaca. Si tratta di una questione fondamentale nel momento in cui la nostra società – soprattutto in ragione dell’immigrazione – si apre all’arrivo di persone con culture molto diverse (e questo va benissimo) e anche con pratiche spesso violente (e questo non può essere accettato). Nella cultura islamica, ad esempio, l’apostasia è inammissibile. Ma questo può essere sufficiente a farci – non dico accettare o tollerare, ma anche solo – guardare con occhio di riguardo comportamenti aggressivi ai danni di musulmani che vogliano farsi cristiani, atei o buddisti? Sarebbe davvero una forma di “tolleranza” quella di chi accettasse l’esercizio della violenza quando proviene da particolari gruppi? In realtà, se non torneremo a ripensare il diritto in termini universalistici, saremo presto sopraffatti dalla barbarie.
(pagina web originale)

Di questo argomento mi ero già occupato nel post "Senza parole. Qualche considerazione sul concetto di multiculturalismo".
Consiglio inoltre la lettura del pezzo "Critica del multiculturalismo" pubblicato sul blog di JimMomo.