Un post scritto venerdì 5 ottobre da
Vandea Italiana, in cui venivano messi sotto accusa i libertari che aderiscono a
Tocqueville in quanto colpevoli di non parlare nei loro blog della vicenda di Gian Piero Steccato e di aver invece condotto un'accesa battaglia in favore di Piergiorgio Welby e più in generale in favore del riconoscimento del diritto all'eutanasia, e quindi (in virtù anche delle posizioni della maggioranza di essi in merito alla difesa della legge sull'aborto e a favore della legalizzazione della droga) di essere promotori di una cultura di morte che contrasta con i principi della morale cristiana, mi ha stimolato alcune riflessioni.
Riguardo il tema del post (che ha generato un'accesa discussione e che ha portato
Fabristol e
Jinzo a replicare nei loro blog) la mia posizione è molto semplice...
Nessuno impedisce ad una persona affetta da una grave malattia (come nel caso di Gian Piero Steccato) di continuare a vivere (ci mancherebbe altro!), viceversa siccome ad una persona nelle stesse condizioni che sceglie in modo libero e consapevole di porre termine alle proprie sofferenze fisiche e psicologiche non viene garantito questo diritto è ovvio che i libertari (e più in generale i liberali), in nome della difesa della libertà individuale e del libero arbitrio, si battano perchè questa situazione cambi.
Il caso di Gian Piero Steccato (che fatica a sostenere il peso economico delle cure delle quali necessita e che quindi chiede una maggiore assistenza da parte del Sistema Sanitario Nazionale) può essere configurato come un episodio si malasanità (o comunque di inadeguatezza della copertura sanitaria), ma l'accostamento a Piergiorgio Welby e la critica ad una dottrina filosofico-politica (il liberalismo) mi sembrano decisamente fuori luogo.
Quello che ha suscitato la mia attenzione è stato un commento di Vandea Italiana, in cui in risposta a
Nathaniel (che giustamente afferma che anche se le statistiche citate fossero vere e che solo un malato su diecimila vuole ricorrere all'eutanasia questo diritto dovrebbe comunque essere garantito a quell'unica persona, perchè il riconoscimento della libertà individuale deve essere assicurato sempre e non può essere legato a valutazioni di carattere statistico) scrive:
"Io invece mi batterò fino alla fine perchè quell' unico cambi idea; e comunque una legge gli impedisca di fare la sua dannazione. Perchè qui siamo di passaggio, di là c'è l'eternità."
Ecco, direi che abbiamo centrato il punto fondamentale della questione.
L'errore che molto spesso commettono i cattolici impegnati in politica è quello di ritenere che i valori nei quali credono siano validi per l'intera società, e che la società stessa vada "plasmata" attraverso l'adozione di una legislazione che vieti comportamenti in contrasto con i suddetti precetti e valori di natura religiosa.
Non capendo che questo contrasta con la religione nella quale essi affermano di credere.
Esaminiamo la questione da un punto di vista teologico.
Diamo per buono che Dio esista, e che si tratti del Dio descritto nella Bibbia.
Dio crea l'uomo dotandolo, a differenza degli animali, del libero arbitrio.
Questo perchè desidera che gli uomini obbediscano alle sue leggi perchè scelgono LIBERAMENTE di farlo, in segno di riconoscenza per aver ricevuto il dono della vita.
Cristo non ordina ai suoi dicepoli di imporre i suoi insegnamenti con la forza, ma di predicarli in modo pacifico astenendosi dalla gestione del potere politico.
Un cattolico avrebbe tutte le ragioni di opporsi a leggi che restringono la sua libertà di culto (come quelle che erano in vigore nei regimi comunisti), ma non ha alcun motivo di opporsi a leggi che garantiscono la libertà di scelta, perchè all'interno di questo contesto è tutelato sia chi crede sia chi non crede.
E chi crede può legittimamente cercare di fare proselitismo per cercare di convincere chi non crede della bontà delle sue opinioni.
Facciamo l'esempio dell'eutanasia.
Se la legge la permette le autorità religiose indicheranno legittimamente ai propri fedeli quale comportamento tenere, dunque se io sono credente mi asterrò dal praticarla su di me e poichè il messaggio salvifico cristiano va diffuso cercherò di far cambiare idea a chi non crede.
Se ci riuscirò avrò salvato una persona, altrimenti se Dio esiste ed è quello descritto nella Bibbia risponderà delle conseguenze del suo gesto.
Quello che mi preme sottolineare è che secondo la Bibbia la sottomisissione a Dio deve essere fatta convintamente e con cuore sincero.
Il fatto che io non pratichi su di me l'eutanasia non perchè sia convinto che essa è sbagliata ma semplicemente perchè mi viene impedito da un punto di vista cristiano non è una "vittoria", perchè stando allo spirito del messaggio biblico è come se io l'avessi praticata.
Il compito di un credente non è dunque quello di "plasmare" la società uniformando le leggi dello Stato ai precetti della religione nella quale si crede, ma invece è quello di essere coerenti a livello personale con tali principi e cercare di divulagrli (attraverso la persuasione e non attraverso la coercizione) all'interno di un contesto che assicuri agli individui la massima libertà di scelta possibile.
Plasmare la società attraverso la legislazione concettualmente non è molto diverso dal convertire forzatamente le persone come veniva fatto con gli indigeni nel Medio Evo.
E si tratta di un abominio, sia da un punto di vista liberale sia da un punto di vista teologico!