martedì 14 agosto 2007

AGGIORNAMENTI DALL'IRAN

da "Il Giornale"
"In Iran vietato cercare il cane disperso"
Un quotidiano chiuso per aver intervistato una poetessa lesbica. Un ragazzo finito in commissariato dopo aver affisso un volantino per ritrovare quella «bestia impura» del suo barboncino smarrito. Le donne di Isfahan costrette a dimenticare le biciclette e le loro pruriginose pedalate. Diciassette adolescenti tra i 13 e i 17 anni sbattuti in galera dopo uno sconcio “festino promiscuo”. La campagna moralizzatrice lanciata dal presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad con l’approvazione della suprema Guida Ayatollah Alì Khamenei e l’indefessa collaborazione di polizia e servizi di sicurezza marcia a gonfie vele.
Ai primi di Mordad, il mese iraniano che inizia il nostro 23 luglio, le autorità avevano rinnovato gli avvertimenti, ma tutti avevano pensato al solito rituale, alla consueta sceneggiata estiva contro veli e mantelli troppo corti seguita dall’usuale tolleranza. La repressione di giornalisti poco allineati, studenti d’opposizione e militanti troppo critici, andava di pari passo – finora - con una certa accondiscendenza in campo sociale. Lo chiamavano modello cinese. Era la ricetta dei conservatori pragmatici, contrari alle riforme, ma convinti che un controllato lasseiz-faire evitasse rivolte plateali garantendo lunga vita al regime. Anche dopo l’elezione del presidente pasdaran tutto era continuato come prima. Lunghe chiome tinte strabordavano da veli multicolori. Seni e sederi disegnavano curve vellutate su mantelli corti e attillati. Caviglie e piedini dalle unghie tinte sbucavano dai calzoni al polpaccio e svettavano su tacchi e sandali aperti. Con i primi di Mordad tutto è finito. Il capo della polizia Ahmed Reza Radan ha dichiarato guerra agli abiti indecenti delle peccatrici e ai pervertiti tagli di capelli occidentali così di moda tra gli adolescenti della capitale. Subito dopo i «monkerat», le pattuglie specializzate nella lotta al vizio, hanno assunto il controllo di parchi e strade.
Ma il giro di vite supera le più pessimistiche previsioni. L’arresto di 230 giovani sorpresi a un ritrovo rock fuori dalla capitale è stato seguito da una serie di irruzioni in case private durante le feste del fine settimana. Nel corso di questi assalti ai covi della promiscuità, gli specialisti dei monkerat hanno individuato nove ragazzini e otto fanciulle tra i 13 e i 17 anni intenti a ballare e consumare alcolici in una villa di Teheran. Inevitabile l’arresto e probabile, dopo il rifiuto della libertà provvisoria, la condanna a una pena fino a tre anni. Ancor più inatteso il rigore della campagna anti-animali domestici. Benché il capo della polizia Reza Radan avesse rammentato la regola islamica che proibisce di accompagnarsi ad animali impuri, nessuno pensava di finir in galera per aver dimostrato troppo attaccamento a un barboncino. Si sbagliava. Chiedere informazioni per ritrovare un animale smarrito e dimostrargli affetto equivale infatti a «incoraggiare la detenzione di questi animali» e quindi «favorire la corruzione».
A Isfahan la polizia guida invece la lotta alle «sconvenienti abitudini» delle femmine locali convinte di poter bighellonare su biciclette, pattini e monopattini. In attesa dell’annunciata produzione di una «bicicletta islamica», capace di celare dietro una morigerata cabina le pruriginose mosse delle cicliste, la questura di Isfahan ha ripristinato le regole degli anni Ottanta promulgando l’assoluto divieto di pedalata per le sue cittadine.
Sul fronte politico l’indicatore più negativo è la chiusura, per la seconda volta, di Shargh, il quotidiano dei conservatori moderati dell’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani. L’editto di censura segue l’intervista a Saghi Ghaherman, una poetessa iraniana esule in Canada e paladina, dalle pagine del suo sito internet, dei diritti di omosessuali e lesbiche. Nell’intervista di una pagina, la signora Ghaherman si limita a invocare confini sessuali «flessibili» e Mehdi Rahmanian, direttore di Shargh si affretta a precisare di averla sentita soltanto in quanto poetessa. Non basta. Il quotidiano conservatore Kayhan, assai vicino alla Suprema Guida, denuncia l’intervista a una «controrivoluzionaria a capo dell’organizzazione iraniana delle lesbiche». Contemporaneamente l’organo di controllo della Guidanza Islamica vota la chiusura del quotidiano colpevole di «promuovere l’immoralità».
Per molti osservatori la chiusura rappresenta solo la prima mossa anti-Rafsanjani in vista delle votazioni – a partire dal 23 agosto - per la nomina del presidente dell’Assemblea degli Esperti. Il nemico numero uno di Ahmadinejad è infatti il grande favorito nella corsa per la presidenza dell’influente organo di controllo costituzionale a cui spetta, tra l’altro, la nomina della Suprema Guida.
Gian Micalessin


LINK UTILI:

giovedì 9 agosto 2007

SEGNALAZIONI (3)

Faccio un doveroso spot...
Invito tutti a dare un'occhiata al blog
Il titolare del blog è un mio amico che conosco da anni,e la cosa divertente è che pur vedendoci quasi tutte le settimane nessuno dei due sapeva che l'altro che avesse un blog!
L'ho scoperto per puro caso...

L'indirizzo è:
http://zulieofficial.blogspot.com/

Auguri per il tuo blog, socio!

lunedì 6 agosto 2007

SENZA PAROLE. QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL CONCETTO DI MULTICULTUALISMO

Roma,2 agosto 2007
Con una sentenza che definire "shock" è un eufemismo la Suprema Corte di Cassazione ha confermato la sentenza emessa in secondo grado dalla Corte di Appello di Bologna, che aveva assolto il padre, la madre ed il fratello di Fatima, una rgazza di origine magrebina.
I tre (di religione islamica) avevano ripetutamente picchiato la ragazza e l'avevano legata, segregandola in casa, per punirla "per la frequentazione di un amico e, più in generale, per il suo stile di vita, non conforme alla loro cultura".
Esaminando le motivazioni addotte dalla Corte di Cassazione per giustificare la sentenza si legge che "nessun vizio è riscontrabile(...), dall'istruttoria dibattimentale del primo giudizio era emerso con certezza che Fatima, terrorizzata dalle possibili ritorsioni dei familiari perché non si era recata al lavoro incontrandosi con un uomo, aveva minacciato di suicidarsi"; i familiari sarebbero dunque stati costretti a legarla per evitare che la ragazza commettesse "atti di autolesionismo".
Inoltre, per quanto riguarda le violenze e le percosse inflitte a Fatima, non sussiste la "piena abitualità delle condotte violente", perchè la ragazza era stata picchiata in "tre soli episodi nell'arco della vita (...), peraltro tutti motivati da comportamenti della figlia ritenuti scorretti e quindi non esprimenti il necessario requisito di volontà di sopraffazione e disprezzo".

Fonti utilizzate:

Questa grottesca vicenda induce ad alcune riflessioni circa il concetto di "multiculturalismo".
Esso ha avuto enorme successo e diffusione, e parte dall'assunto che tutte le culture hanno pari dignità e meritano pari considerazione, in quanto affermare che una cultura è superiore ad un'altra equivarrebbe ad un atto di razzismo, e poichè uno Stato che si definisce democratico non può essere razzista deve impegnarsi nel rispetto delle varie identità culturali presenti sul suo territorio.
Mi sembra chiaro che la sentenza che ha assolto i familiari di Fatima sia figlia di questa concezione.
Apparentemente il concetto di multiculturalismo sembra un esempio di civiltà,ma la realtà e ben diversa.
Come ha scritto un grande liberale come Piero Ostellino, il problema è che esso protegge le culture e le comunità anzichè proteggere gli individui.
Secondo Ostellino la distinzione è fra l'idea di società individualistica e liberale "e quella comunitaristica e illiberale di una certa (in)cultura nostrana mascherata da solidarismo"; il concetto da difendere è dunque quello "della sacralità della Persona, indipendentemente dal colore della pelle, dall'appartenenza a una cultura e a una comunità. Altro che razzismo. Esattamente il contrario, contro l'ipocrisia del politicamente corretto che, con «la protezione delle culture e delle comunità anziché degli individui», finisce con l'essere paradossalmente, quanto inconsapevolmente, una sorta di razzismo alla rovescia".
E' chiaro.
Se anzichè proteggere gli individui si proteggono le culture e le comunità vuol dire che se ad esempio nel mondo islamico la donna è discriminata una donna che proviene da quel mondo secondo il multiculturalismo non può vedere riconosciuti i propri diritti, al contrario di quanto avviene per una donna di origine occidentale, perchè la cultura della comunità alla quale appartiene va protetta e preservata, e poichè non può essere messa in discussione perchè "politicamente scorretto" viene di fatto resa impermeabile al diritto vigente e ai principi liberali sui quali si fonda la nostra civiltà.
Non ho mai capito perchè se scrivo il "Mein Kampf" sono un pazzoide e le mie idee vengono (giustamente) guardate con sdegno, mentre se per assurdo gli stessi identici concetti fossero tramandati da secoli e fossero approvati e applicati da un vasto numero di persone allora quelle idee verrebbero elevate allo status di "cultura da rispettare".
La verità è che esistono principi di natura universale (non riconducibili ad una particolare tradizione religiosa) quali il rispetto dell'individuo e delle sue libertà fondamentali,che non possono essere un privilegio riservato a pochi ma che devono essere garantiti a tutti,ad ogni latitudine ed in ogni epoca storica. Questo deve fare uno stato che si definisce liberale,civile e democratico, garantire la sacralità della persona e delle sue libertà individuali,non proteggere indistintamente culture e comunità indipendentemente da quali principi e quali regole vigono al loro interno.
Perchè, come ha giustamente affermato Ayaan Hirsi Ali, ogni «identità collettiva» - nazionalista, razzista, culturale o religiosa - non è altro che un campo di concentramento nel quale scompaiono la sovranità e la libertà degli individui.

domenica 5 agosto 2007

COME DEFINIRE UN REGIME DEL GENERE?

Il regime al quale mi sto riferendo è quello iraniano.
Di Iran mi ero già occupato scrivendo un post dove descrivevo il sistema istituzionale di quello Stato, spiegando perchè la democratizzazione non potesse partire dall'interno attraverso il processo elettorale.
Confesso di rimanere basito e incredulo ogni volta che mi capita di ascoltare qualcuno che difende il regime teocratico degli Ayatollah, in quanto fiero avversario del bieco e prepotente "imperialismo occidentale", ed in particolar modo di quello statunitense.
Alle obiezioni circa l'antidemocraticità del suddetto regime e le gravi e continue violazioni dei principali diritti umani viene sempre risposto che si tratta di esagerazioni da parte dei media occidentali, che la maggior parte della popolazione approva la condotta del regime e che ogni cultura merita rispetto, e quindi che il fatto di voler a tutti i costi imporre i principi democratici di matrice occidentale in contesti nei quali essi sono incompatibili con gli usi e le tradizioni locali non sarebbe altro che una forma di colonialismo, negando quindi il carattere universale di tali principi.

Riporto una serie di notizie recenti circa quello che accade in quel Paese, che tanta simpatia suscita in molti antiamericani e anticapitalisti di etrema destra e di estrema sinistra...



Mi auguro che a qualcuno prima o poi sorga qualche dubbio circa le sue convinzioni.
Ovviamente sperare in qualche manifestazione di dissenso nei confronti del regime iraniano di grandi dimensioni come quelle che vengono regolarmente organizzate contro gli Stati Uniti, contro le guerre (ma solo se americane), contro Israele o in occasione di eventi come il G8 è pura utopia, molto meglio continuare ad ignorare quello che succede perchè non è di nessuna utilità politica e lasciare che le persone (principalmente giovani studenti) che in Iran lottano per ottenere quei diritti di cui noi godiamo da parecchio tempo (e che troppo spesso diamo per scontati) rimangano sole nella lora battaglia e che vengano incarcerate e torturate nel silenzio generale o quasi.

Qualcuno è per caso in grado di rispondere alla domanda del titolo?
Io no, non trovo aggettivi.

giovedì 2 agosto 2007

PILLOLE DI STORIA (3): LA STRAGE DI BOLOGNA -2a parte

L'Opinione
edizione 166 del 02-08-2007
Per la strage di Bologna esiste una sola verità e nemmeno l’evidenza farà cambiare idea
"La matrice fascista non passa mai di moda"
di Giorgio De Neri

Ogni anno di questo periodo arrivano come frutti di stagione i finti scoop sulla strage di Bologna. Tutti di segno colpevolista come per ribadire la ormai poco creduta verità processuale. Quest’anno, facendo finta di non avere sentito in tv il figlio di Massimo Sparti, il supertestimone che ha inchiodato all’ergastolo Francesca Mambro e Valerio Fioravanti, accusare il proprio ormai defunto genitore di mendacio e di mitomania, lo scoop in ginocchio rispetto alle tesi dei pm di Bologna l’ha fatto Riccardo Bocca, caporedattore de “L’Espresso” (che si è andato letteralmente ad accattare una poco probabile nuova teste, che non si è mai presentata a un magistrato o se lo ha fatto ha avuto a dir poco nessuna audience) la quale avrebbe affermato di avere notato gli ex terroristi dei Nar vestiti da tirolesi alla stazione di Bologna poco prima del botto. Una versione che sembra fatta apposta per confermare le incredibili dichiarazioni proprio di Massimo Sparti, il pentito della Banda della Magliana che ebbe la libertà in cambio di questa pseudo delazione. Come se non bastasse sempre “L’espresso”, quello in edicola venerdì, vende per nuovi i filmati presi da due operatori subito dopo l’attentato, mentre sono già passati in Rai almeno due volte. Peraltro sono filmati in cui non appare alcunché di inedito.

Ecco come anche questa poco riuscita trovata viene presentata da “L’Espresso”: “Quella mattina del 2 agosto 1980, pochi minuti dopo le 10.25 nella piazza della Stazione arrivarono anche Enzo Cicco e Giorgio Lolli, meno di quarant'anni in due. Arrivarono di corsa, prima delle ambulanze. Da poche settimane i due ragazzi avevano cominciato a collaborare come cameraman per Punto Radio Tv, storica emittente nata da un'idea di Vasco Rossi e poi acquistata dal Pci. Le loro immagini documentano l'incredibile: la polvere, il sangue, la disperazione, la rabbia. Ma soprattutto lo stupore per quell'attentato così mostruoso che aveva sepolto turisti, pendolari, ferrovieri, baristi, ferrovieri. Perché nessuno anche in quei primi istanti ha mai dubitato sulla matrice della strage: l'odore dell'esplosivo era inconfondibile.” Già, un odore fascista, evidentemente. Talmente forte da escludere quello di tutte le altre ipotesi alternative, come quella della strage per ritorsione voluta da Gheddafi per le manovre diplomatiche dell’Italia con Malta ai danni della Libia, o come quella dell’incidente capitato a Thomas Kram, l’uomo del gruppo Separat agli ordini del terrorista Carlos Ilich Ramirez, meglio conosciuto come Carlos, durante un trasbordo di esplosivo alla stazione.

E questo a dispetto delle nuove prove trovate da due consulenti di prestigio della Commissione Mitrokhin come il giornalista Giampaolo Pelizzaro e il magistrato Lorenzo Matassa. Secondo i quali era pacifico, e la polizia italiana lo sapeva, che il 2 agosto 1980 Kram si trovava a Bologna. E guarda caso la sua compagna di lotta armata, fermata due anni dopo, aveva esplosivo della stessa natura. Senza contare che l’anno scorso il gruppo di Carlos era stato condannato in blocco per attentati sui treni in Germania sempre con lo stesso tipo di esplosivo usato a Bologna. Sia come sia, quest’anno quella piccola parte estremamente politicizzata a sinistra dei familiari delle vittime della strage, quella che fa capo a Paolo Bolognesi, si è già mossa in largo anticipo facendosi ricevere dalle massime autorità dello stato e del governo. Loro cercano assicurazioni perché la matrice della strage non cambi: deve restare fascista anche quando l’evidenza delle cose sembra congiurare verso tutta un’altra direzione.

Il ragionamento è: meglio dei colpevoli di repertorio che nessun colpevole. O anche: meglio un verità processuale che una verità storica. Anche se poi tutti i ragionamenti cozzano contro l’evidenza di un fatto incontestabile: se i servizi segreti dell’epoca, il Sismi targato P2 di Santovito, hanno effettivamente deviato nelle indagini, ormai tutti capiscono che lo hanno fatto ai danni dei neo fascisti dell’epoca e per salvaguardare i segreti di stato inconfessabili tra l’Italia di Andreotti e la Libia di Gheddafi e l’Olp di Arafat. Il tempo è galantuomo, prima o poi anche questa “strage fascista” non verrà più giudicata tale. Almeno non dai nostri posteri cui spetterà “l’ardua sentenza” e che si spera siano un po’ meno politicizzati e trinariciuti dei loro antenati odierni.
(pagina web originale)

N.B.: ovviamente l'intento di questi due post non è quello di cercare biecamente di politicizzare un evento tanto drammatico, ma solo quello di diffondere (nel mio piccolo e per quanto mi è possibile) notizie e ipotesi verosimili che troppo spesso sono state, senza una valida ragione, ignorate e taciute.
Dal momento che la verità su quell'orribile episodio di sangue non è mai emersa in modo chiaro ed incontestabile esaminare tutte le ipotesi che abbiano un minimo di fondamento logico mi sembra doveroso.

PILLOLE DI STORIA (2): LA STRAGE DI BOLOGNA -1a parte

Oggi ricorre il ventisettesimo anniversario della strage di Bologna.
Il 2 agosto del 1980, alle ore 10.25, un ordigno esplose all'interno della stazione ferroviaria causando la morte di 85 persone e oltre 200 feriti.
La responsabilità di questo tragico evento è stata attribuita al terrorismo di matrice neofascista, tuttavia le indagini non hanno mai fatto piena luce su qull'attentato, e ancora oggi su quella vicenda permangono dubbi e zone d'ombra.
In questa gornata ho dunque deciso di pubblicare sul mio blog due articoli tratti dal quotidiano "L'Opinione", dove vengono esposti fatti che in questi anni sono stati sistematicamente occultati dai più importanti media.
Da più parti si chiede di togliere il segreto di Stato su questa vicenda.
Se ciò, come mi auguro, avverrà molti potrebbero avere una brutta sorpresa.

L'Opinione
edizione 178 del 25-08-2006
"L’Olp fece la strage di Bologna ma per l’Italia è segreto di stato"
di Dimitri Buffa
Ogni 2 agosto i familiari delle povere vittime della strage della stazione di Bologna del 1980 ripetono, chissà con quanta convinzione, il solito mantra: “il governo tolga il segreto di stato”. In particolare è il loro rappresentante Paolo Bolognesi a farsi interprete di questa apparentemente legittima richiesta. Solo che il mantra in questione si scontra con la realtà e con la logica: nessun segreto infatti è mai stato posto per coprire i mandanti di quelli che, ad avviso di tutti assai ingiustamente, sono stati sinora condannati per questo tragico episodio che spezzò 85 vite innocenti, cioè Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. L’unico segreto che invece permane ostinato difende caso mai i depistaggi e le deviazioni che indirizzarono da subito l’inchiesta sull’ipotesi di una strage fascista. Mambro e Fioravanti avrebbero ben più interesse dei familiari delle vittime, anche quelli più politicizzati, a che questo segreto venisse levato finalmente. Perché copre i depistaggi a loro danno e a danno di tutta la galassia eversiva neo fascista che, essendo composta da fior di assassini e delinquenti, fu ritenuta un ottimo parafulmine per evitare allo stato italiano con criminali e terroristi di ben altro spessore: i palestinesi del Fplp di George Habbash e il gruppo Separat di Iliz Ramirez Sanchez, al secolo il comandante Carlos, attualmente detenuto in Francia dopo essere stato venduto a quel governo dai suoi ex complici. Le prove dei depistaggi e le circostanze coperte da segreto di stato sono state minuziosamente elencate dal lavoro di due consulenti della Commissione Mitrokhin, Giampaolo Pelizzaro e Lorenzo Matassa, rispettivamente giornalista di “Area” e magistrato, in un’opera imponente e semi sconosciuta intitolata molto semplicemente “Relazione sul gruppo Separat (una serie di terroristi internazionali, tra cui i Br Valerio Morucci e Antonio Savasta, al soldo del Patto di Varsavia) e il contesto dell’attentato del 2 agosto 1980. In quelle circa 200 pagine sono elencati per filo e per segno i depistaggi e le agevolazioni che i governi italiani dal 2 agosto 1980 in poi furono costretti ad avallare per evitare che altre azioni ritorsive come quella di Bologna avessero luogo in Italia. E questo perché la stessa strage era stata un amichevole avvertimento di quei signori che, per la prima volta, con l’arresto di un loro complice che aveva introdotto dei missili Strela in Italia aiutato da Daniele Pifano e altri autonomi dell’epoca, avevano visto violato il patto Moro-Giovannone del 1974 che garantiva a tutti i terroristi palestinesi di passaggio in Italia l’impunità in caso di arresto. E ciò in cambio della non belligeranza sul suolo patrio. Nelle considerazioni conclusive della loro consulenza, che rimarrà alla storia come l’unica cosa interessante prodotta dalla Commissione Mitrokhin, Pelizzaro e Matassa sostengono che “Vi fu un accordo tra governo italiano e organizzazioni terroristiche palestinesi finalizzato alla prevenzione e alla deterrenza di possibili atti terroristici nel nostro Paese in un periodo che va almeno dal 1974 al 1979. Il contenuto di questo accordo è – a tutt’oggi – coperto dal segreto di Stato in quanto, se reso pubblico, recherebbe pregiudizio ai rapporti internazionali dello Stato. Il sequestro dei missili Sam-7 Strela ad Ortona e il successivo arresto di Abu Anzeh SALEH, nel novembre 1979, furono considerati un atto ostile del governo italiano nei confronti dell’FPLP. Parimenti ostile fu ritenuto, dalla stessa organizzazione terroristica, il disconoscimento formale dell’accordo da parte del governo italiano, con nota ufficiale della presidenza del Consiglio dei ministri del 12 gennaio 1980. Il mancato rilascio di SALEH e la mancata restituzione delle armi furono interpretati dal Fronte popolare di HABBASH come una violazione dei patti. L’autorità italiana (compresa la magistratura che ebbe ad occuparsi del caso) venne fatta oggetto di ricatto e minaccia da parte dell’FPLP nei mesi che seguirono la condanna di SALEH e dei tre autonomi romani coinvolti nel trasporto dei missili. L’irremovibile orientamento e la fermezza della pubblica accusa al processo per i missili di Ortona non fecero altro che aggravare gli attriti tra la dirigenza dell’FPLP e l’Italia e ciò proprio nei mesi precedenti l’inizio del processo di appello. La nostra intelligence ebbe a registrare, dal marzo del 1980 a Bologna, queste minacce di ritorsione, fino a che – l’11 luglio 1980 – pervenne al SISDE un allarme su possibili azioni ritorsive legate alla mancata liberazione di SALEH. Costui non era solo il rappresentante dell’FPLP in Italia, ma anche il contatto del gruppo Carlos a Bologna. Il 2 luglio 1980 (giorno in cui iniziò il processo d’appello all’Aquila) scattò, di fatto, l’ultimatum al governo italiano. Il 1° agosto 1980, fa il suo ingresso a Bologna il terrorista tedesco Thomas KRAM, membro operativo del gruppo Carlos. KRAM era a Perugia, il 7 novembre 1979, quando Abu Anzeh SAMIR chiamò il fratello a Bologna per avere ragguagli sullo scarico dei missili Strela al porto di Ortona. Il 2 agosto 1980, come sanzione, viene compiuto l’attentato alla stazione ferroviaria di Bologna (85 morti e 200 feriti).” Sebbene tutto ciò sia indegno di un paese democratico aderente al Patto atlantico, come non mancano di rilevare i due consulenti, quello che accadde dopo fu anche peggio. Perché la bomba aveva sortito il proprio effetto e il governo italiano dimostrò di avere imparato la lezione. Scarcerando il terrorista palestinese detenuto nell’agosto del 1981, coprendo con il segreto di stato nel giugno 1988 le forniture di armi Olp alle Br e vanificando così l’inchiesta del giudice di Venezia Carlo Mastelloni e apponendo lo stesso segreto nel 1984, sempre di agosto, anche per l’indagine dei due giornalisti, icone della sinistra, Italo Toni e Graziella De Palo (fatti morire di lupara bianca sempre dai palestinesi di Habbash e Arafat a Beirut) allorchè gli stessi si erano recati in loco proprio seguendo un’indagine giornalistica che aveva ad oggetto il traffico di armi tra Olp e Brigate rosse. E mandando persino un magistrato molto famoso all’epoca, il pm romano Domenico Sica, chiamato Nembo Sic perché si prendeva tutte le inchieste sul terrorismo di sinistra nella capitale, a mediare con Arafat a Beirut. Tutto questo per proteggerci dal terrorismo dell’Olp che, non essendo mai stato un’entità statuale con cui il nostro governo poteva avere rapporti destinati a rimanere segreti, non poteva essere oggetto di apposizione di tale segreto a meno che non ci fossero esigenze di sicurezza interna relativi ad attentati terroristici. Che in effetti già erano avvenuti nei primi anni ’70 prima del patto Moro-Giovannone-Arafat. La stessa scuola di pensiero che la sinistra ha ancora oggi se si pensa che la foto del ministro degli Esteri Massimo D’Alema a braccetto con il deputato Hassan Haji degli Hezbollah a spasso tra le macerie di Beirut viene giustificata con la medesima logica: evitare che i terroristi sciiti libanesi sparino sui nostri soldati. Ma se le cose stanno così in Italia, perché qualcuno non prende il coraggio a due mani e dice ai parenti delle vittime della strage di Bologna, a cominciare dal loro presidente Paolo Bolognesi, di mettersi l’anima in pace e di non cercare ogni 2 agosto che Dio manda in terra chissà quali mandanti di stato dietro Mambro e Fioravanti che invece furono sacrificati come colpevoli di repertorio sull’altare della ragion di stato? E di smetterla di chiedere di togliere un segreto che, se tolto, potrebbe invece loro riservare amare sorprese? Segreto posto seguendo il cinico calcolo che i due ex neo fascisti condannati per la strage mai e poi mai avrebbero protestato (circostanza poi smentita dai fatti) per un ergastolo in più o uno in meno, visto che gliene avevano appioppati come minimo altri sei a testa all’epoca.(pagina web originale)