martedì 30 ottobre 2007

FENOMENI

Pino Sgobio, capogruppo alla Camera dei Deputati del Partito dei Comunisti Italiani (Pdci), ha dichiarato:
"il comunismo è per un mondo libero, quasi anarchico, come espressione massima della libertà individuale"


Per fortuna qualcuno autenticamente liberale in Forza Italia c'è (lo conosco personalmente, garantisco io per lui!).

venerdì 26 ottobre 2007

L'ORA DI RELIGIONE

Qualche giorno fa il cardinal Bertone, il Segretario di Stato Vaticano, ha affermato:
«Finiamola con questa storia dei finanziamenti alla Chiesa: l'apertura alla fede in Dio porta solo frutti a favore della società»
(...)«C'è un quotidiano che ogni settimana deve tirare fuori iniziative di questo genere. L'ora di religione è sacrosanta».

Non sono d'accordo.
Uno Stato liberale e democratico, come è ovvio, deve garantire la libertà di culto; essa, tra le altre cose, prevede la possibilità, qual'ora un genitore lo ritenga opportuno, di fornire un'istruzione religiosa al proprio figlio facendogli frequentare corsi organizzati dalla comunità religiosa di appartenenza (come ad esempio, per quanto riguarda i cattolici, i corsi di catechismo organizzati dalle parrocchie).
Non ritengo che sia compito dello Stato fornire un'istruzione religiosa.
Ritengo invece che sia compito della famiglia di appartenenza valutare se fornire o meno al proprio figlio un'istruzione religiosa e di che tipo, fermo restando che eventualmente sarà poi l'individuo stesso, se ne sentirà la necissità, ad approfondire le tematiche legate al mondo della religione e della spiritualità.
Qualcuno potrebbe obietttare che ci sono delle nozioni che una persona deve necessariamente possedere ai fini di un corretto sviluppo intellettuale, che quelle religiose rientrino tra queste e che quindi lo Stato, attraverso l'istrizione pubblica, sia tenuto a fornirle.
Sorvoliamo sul concetto di istruzione pubblica, che richiederebbe una parentesi troppo ampia.
Nessuno mette in discussione la presenza della storia in ogni programma scolastico.
Ma come reagirebbero i genitori di un alunno di fronte ad un professore di storia che insegnando la sua materia prendesse esplicitamente posizione, ad esempio insegnando agli alunni che il comunismo o il fascismo sono "giusti"?
Ovviamente si indignerebbero e protesterebbero.
La scuola deve limitarsi a fornire agli studenti degli elementi, poi atraverso di essi sarà ogni singolo individuo a sviluppare un giudizio di merito.
Tutto questo appare sin troppo ovvio.
Allora perchè non vale anche per l'insegnamento della religione?
Mi spiego.
Come ho scritto sopra non ritengo che sia compito dello Stato fornire un'istruzione religiosa.
Ma anche laddove si pensasse il contrario,lo studio della religione dovrebbe essere strutturato in modo da fornire un quadro generale delle varie religioni (principi fondamentali, contesto culturale nel quale una determinata religione è nata, sviluppo storico ed implicazioni politiche) in modo che alla fine del proprio corso di studi una persona sia in grado di valutare se gli interessa o meno approfondire la tematica religiosa, ed eventualmente, in caso di risposta affermativa, in base a quello che ha appreso, stabilire quale sia la religione che considera più "convincente" e dedicarsi agli approfondimenti personali del caso.
La scuola deve orientare e fornire gli elementi per lo sviluppo di un pensiero critico.
Ma dov'è l'orientamento quando si decide che è compito dello Stato fornire un'istruzione religiosa e che essa debba limitarsi all'insegnamento esclusivo di una sola religione fra le tante presenti (nella fattispecie quella cattolica)?
Facendo così lo Stato non orienta, ma in modo selettivo e arbitrario pone una religione in posizione di superiorità rispetto alle altre.
E su quali basi?
Come può uno Stato stabilire quale sia la "vera" religione?
Forse basandosi sul numero dei fedeli?
E' questo il parametro?
Ma l'insegnamento di una materia (qualunque essa sia) dovrebbe sempre essere imparziale a prescindere da annotazioni di carattere statistico.

Molto umilmente mi permetto di affermare che l'ora di religione (intesa come insegnamento di una specifica religione finanziato dallo Stato) non è affatto sacrosanta!

mercoledì 24 ottobre 2007

LIBERALI E CONSERVATORI: QUALCHE CONSIDERAZIONE SUL CONCETTO DI MULTICULTURALISMO (2)

La variegata composizione dell'attuale società dà spesso origine a tensioni e problemi.
In risposta al dibattito sociologico e politico nato intorno a questo tema si è affermato in modo dirompente il concetto di "multiculturalismo".
Conservatori e liberali lo avversano ritenendolo dannoso, ma partendo da punti di vista differenti.
I conservatori, in nome della difesa della tradizione (usi, costumi, consuetudini, credenze e valori di un popolo) combattano tutto quello che secondo loro la può intaccare e contaminare mettendola in pericolo.
Non capendo il paradosso rappresentato dal fatto di difendere una certa cultura e contemporaneamente dichiararsi fortemente critici nei confronti del multiculturalismo, il cui principio di fondo è appunto l'orgogliosa difesa della cultura di appertenenza.
I liberali invece partono dal presupposto che prima di essre parte di comunità territoriali, etniche o regilose siamo individui, dunque in primo luogo siamo entità singole e non parte di entità collettive.
E come individui siamo portatori di diritti inviolabili che sono necessariamente di natura universale.
Una convivenza pacifica tra individui è possibile solamente in presenza di regole basate su tali principi (lo ribadisco,di natura universale) che valgono per tutti e che non possono essere derogate o disapplicate in nome di "particolarismi" di varia natura (etnici,nazionali,religiosi).


Per chiarire meglio il mio pensiero pubblico qui di seguito un articolo secondo me molto bello scritto da Carlo Lottieri:
L'Opinione
edizione 222 del 13-10-2007
"Multiculturalismo e diritto"
di Carlo Lottieri
C’era una volta il diritto naturale, e con esso l’idea che uccidere è uccidere, il furto è proibito, e la violenza qualcosa che comunque deve essere impedito e punito. Quale fosse la sua radice (greca o cristiana, religiosa o puramente razionale), quel diritto era considerato un criterio importante per valutare il diritto positivo – i concreti ordinamenti legali – e implicava l’idea che gli uomini appartengono tutti alla stessa specie e per questo devono rispettare talune regole comuni. Nessuno ovviamente ha mai negato che vi fossero situazioni locali e differenze storiche, ma dovevano essere intese quali specificazioni in qualche modo marginali.
Il giudice tedesco che ha concesso le attenuanti all’immigrato sardo resosi colpevole di aver picchiato la propria fidanzata interpreta allora il disagio del mondo d’oggi, e il suo crescente relativismo, nel momento in cui “scusa” quell’uomo a causa delle sue origini etnico-culturali.

La cosa porta alla mente quanto avvenne anni fa in un campus americano quando fu avviata una procedura contro un professore italiano accusato di avere allungato le mani su una studentessa. Non potendo negare i fatti, il docente adottò una strategia difensiva basata sul multiculturalismo. Egli infatti affermò che se si fosse proceduto contro di lui si sarebbe offesa la sua identità di italiano, dato che da noi – a dire di tale docente, almeno – palpeggiare le giovani fanciulle non consenzienti farebbe parte della cultura comune. In quell’occasione il professore fu condannato, ma se tentò quella strada è perché conosceva quanto oggi sia forte la tendenza a perdonare qualsiasi cosa in nome delle identità “di gruppo”. L’episodio è curioso e in qualche modo estremo, ma permette alcune utili riflessioni. Come nel caso del sardo e del rapporto uomo-donna entro quel contesto, è tutto da dimostrare che esistano identità tanto fisse e facilmente identificabili. Nessuno di noi è totalmente riconducibile a una qualche identità: religiosa, etnica o di altro tipo. Per giunta, il fatto che all’interno di una cultura vi sia una maggiore indulgenza verso taluni comportamenti aggressivi non significa affatto che tali comportamenti debbano essere accettati, ma anzi spesso segnala la necessità di interventi più decisi. Il relativismo multiculturalista contemporaneo, invece, non si pone tali problemi.

Avverso all’individuo e ad ogni forma di universalismo, guarda agli uomini come a membri di “tribù” e crede che ogni pratica sociale con qualche radice nel passato debba essere in qualche modo tutelata e protetta. Con ogni probabilità, quel giudice tedesco ha soltanto voluto essere un buon giudice: ha cercato di capire quella specifica situazione e dare una risposta puntuale. Ma non si vede per quale motivo si dovrebbe concedere ai sardi (o agli italiani in genere) la facoltà di fare ciò che viene negato ad altri. Una simile condotta avrebbe perfino l’effetto di rafforzare i peggiori pregiudizi, e anche di indurre a comportamenti discriminatori. Se un certo gruppo etnico non deve rispondere alle norme a cui fanno riferimento tutti gli altri (e questo perché gode di una posizione “privilegiata”), è comprensibile che vi sia chi preferisce non avere rapporti con quella gente. Immaginiamo, ad esempio, che si legalizzi il fatto che un inquilino immigrato dall’Africa non è tenuto a restituire in buone condizioni l’appartamento ottenuto in locazione. Ne deriverebbe che quegli immigrati troverebbero ancor più problemi nella ricerca di una casa.

Chiamato a esprimersi sulla sentenza tedesca, il presidente Francesco Cossiga è apparso particolarmente salace, chiedendo che in linea con i principi adottati in quel caso si autorizzino gli zingari a rubare, i pedofili a molestare i bambini, i maniaci sessuali ad aggredire le donne, e via dicendo. Nessuno contesta che esistano tradizioni e e che spesso queste siano meritevoli di essere salvaguardate. Ma quando abbiamo a che fare con vittime e aggressioni, il modo migliore di atteggiarsi di fronte ad una cultura consiste nell’invitarla a crescere, a migliorarsi, a superare le proprie angustie. Punendo i responsabili e tutelando quanti hanno subito un danno. Il problema è cruciale: ben al di là del caso di cronaca. Si tratta di una questione fondamentale nel momento in cui la nostra società – soprattutto in ragione dell’immigrazione – si apre all’arrivo di persone con culture molto diverse (e questo va benissimo) e anche con pratiche spesso violente (e questo non può essere accettato). Nella cultura islamica, ad esempio, l’apostasia è inammissibile. Ma questo può essere sufficiente a farci – non dico accettare o tollerare, ma anche solo – guardare con occhio di riguardo comportamenti aggressivi ai danni di musulmani che vogliano farsi cristiani, atei o buddisti? Sarebbe davvero una forma di “tolleranza” quella di chi accettasse l’esercizio della violenza quando proviene da particolari gruppi? In realtà, se non torneremo a ripensare il diritto in termini universalistici, saremo presto sopraffatti dalla barbarie.
(pagina web originale)

Di questo argomento mi ero già occupato nel post "Senza parole. Qualche considerazione sul concetto di multiculturalismo".
Consiglio inoltre la lettura del pezzo "Critica del multiculturalismo" pubblicato sul blog di JimMomo.

lunedì 22 ottobre 2007

SVOLTA LIBERALE IN POLONIA

Nelle giornata di ieri in Polonia si sono svolte le elezioni politiche.
La consultazione ha decretato il successo dei liberali guidati da Donald Tusk, leader di Piattaforma Civica (PO), che hanno sconfitto il partito attualmente al governo, ovvero Diritto e Giustizia (PiS) dei gemelli Kaczynski (uno,Lech, è il Presidente della Repubblica mentre l'altro, Jaroslaw, è il Premier), movimento politico ultra-conservatore.
Secondo gli exit poll Piattaforma Civica (PO) ha ottenuto il 43,6% dei consensi, Diritto e Giustizia (PiS) il 33,7%, Sinistra e Democratici (LiD) il 12,6% e il Partito dei contadini (con cui probabilmente i liberali di Tusk formeranno il nuovo governo) l'8,3%.
Non sono riusciti invece a superare lo sbaramento del 5% e quindi ad entrare in Parlamento la Lega delle famiglie polacche (Lpr) e Autodifesa (Samoobrona), entrambi ex alleati di Diritto e Giustizia.

Le ragioni della sconfitta di Diritto e Giustizia sono da ricercare nella preoccupazione per la svolta autoritaria adottata dal governo,nell'uso spregiudicato e alquanto discutibile dei servizi segreti contro gli avversari politici e nello spiccato antieuropeismo.

Piattaforma Civica ha invece puntato sulla modernizzazione economica (vasto programma di liberalizzazioni e l'adozione dell'aliquota unica, la flat tax, provedimento che in Italia viene fortemente sostenuto da Decidere.net di Daniele Capezzone).
Tusk ha inoltre annunciato l'adozione della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea.

L'affluenza ha sfiorato il 60%, registrando un notevole incremento rispetto alla precedente consultazione svoltasi nel 2005 (40,5%).
In particolare si è verificato un grande aumento di partecipazione per quanto riguarda il segmento di elettori che vanno dai 18 ai 24 anni,che hanno votato in netta maggioranza per i liberali.
Quest'ultimo dato, pensando alla situazione italiana, dove le idee liberali fanno una fatica enorme ad affermarsi, soprattutto tra i più giovani, mi mette tristezza e mi fa provare un po' di invidia per i polacchi...
A quando anche in Italia un responso elettorale di questo tipo?

lunedì 15 ottobre 2007

COMUNISMO, FASCISMO E LIBERALISMO

Navigando nella blogsfera è abbastanza frequente imbattersi in accese polemiche fra liberali e libertari che sostengono il centrodestra e persone di estrema destra (il blog di Vandea Italiana ne è un esempio).
I liberali e i libertari accusano chi difende il fascismo di essere un socialista di destra, mentre questi ultimi sostengono che i liberali e i libertari non possono militare all’interno del centrodestra perché sarebbero culturalmente incompatibili con esso, soprattutto in virtù delle loro posizioni riguardo i temi etici.
Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.
La scienza politica distingue i regimi democratici da quelli non democratici e divide questi ultimi in regimi totalitari e regimi autoritari.
I regimi totalitari sono regimi nei quali vigono le seguenti caratteristiche:
-assenza di pluralismo (subordinazione di tutti gli altri possibili attori –militari, burocrazia, Chiesa- al partito unico);
-esistenza di un’ideologia ufficiale articolata e precisamente definita;
-mobilitazione frequente imposta dall’alto, allo scopo di cancellare i confini tra privato e pubblico;
-un piccolo gruppo o un leader al vertice del partito unico;
-limiti non prevedibili al potere del leader e alla comminazione di sanzioni (il leader esercita il potere in modo assolutamente arbitrario e ricorre al “terrore”).
I regimi autoritari “sono sistemi politici con un pluralismo politico limitato e non responsabile, senza una elaborata ed articolata ideologia-guida ma con mentalità caratteristiche, senza mobilitazione politica estesa o intensa tranne che in alcuni momenti del suo sviluppo e con un leader o a volte un piccolo gruppo esercita il potere entro limiti mal definiti sul piano formale ma in realtà abbastanza prevedibili” (Juan Linz, 1964).
A differenza di quanto avviene in un regime autoritario, il potere del leader non è mai completamente arbitrario, perché creerebbe troppi contraccolpi sia nel ristretto circolo dei suoi collaboratori (che gli resisterebbero) sia nella configurazione delle organizzazioni che operano all’interno del pluralismo limitato che si sentirebbero minacciate nella loro pur ristretta autonomia.
Esempi di regimi totalitari sono l’Unione Sovietica e la Germania nazista.
Esempi di regimi autoritari sono l’Italia fascista (i gruppi che avevano un certo margine di autonomia e con i quali il fascismo non potendoli sottomettere completamente fu costretto ad accordarsi erano la monarchia, le forze armate, la burocrazia, la Chiesa cattolica, gli industriali e gli agrari), la Spagna franchista ed il Portogallo di Salazar.
Da un punto di vista squisitamente “tecnico” fascismo e comunismo sono effettivamente due cose diverse.
Ma il punto non è questo.
Mi rendo conto che persone che sostengono ideologie politiche che si sono combattute, non solo verbalmente ma anche attraverso duri e violenti scontri tra i propri militanti che si sono susseguiti nel corso dei decenni, possano trovare offensivo un accostamento tra il comunismo ed il fascismo.
Si potrebbero sottolineare alcune analogie tra militanti di estrema destra e di estrema sinistra, come ad esempio l’avversione nei confronti della globalizzazione, un diffuso antiamericanismo (anche se per ragioni diverse) e un pregiudizio nei confronti dello Stato di Israele, ma si potrebbe ribattere che sul piano dei temi etici anche tra liberali e sinistra ci possono essere convergenze.
Il punto centrale della questione è lo statalismo.
Militanti di destra che hanno un giudizio non negativo del fascismo e comunisti hanno in comune la concezione di uno Stato forte che deve intervenire in un gran numero di aspetti della vita dei cittadini per regolarla; differiscono per quanto riguarda le idee sul contenuto degli interventi operati dallo Stato, ma non sul principio che vede la presenza di uno Stato intervista come un fatto positivo.
Certo, il fascismo al suo interno (soprattutto inizialmente) aveva varie anime, ma è difficile negare il carattere fortemente statalista del regime che si è concretamente affermato (le corporazioni legalmente riconosciute ed elevate a componente istituzionale, la creazione dell’Iri ed il controllo statale delle imprese, i sussidi, gli interventi nel settore del welfare) non fosse fortemente statalista.
I liberali, avendo come obiettivo uno Stato che abbia funzioni minime (e ancor di più i libertari, che combattono l’idea stessa di Stato) ovviamente non possono che dissentire da questa impostazione,e criticano indifferentemente ogni tipo di statalismo (a prescindere – lo ripeto- dal carattere dei suoi interventi).
E sono pienamente legittimati a militare nel centro destra, in virtù di una visione comune con i conservatori per quanto riguarda la politica economica e la politica estera, conducendo una battaglia per una modernizzazione culturale di questo schieramento per quello che riguarda le cosiddette questioni “eticamente sensibili” che possa portare a compromessi proficui e positivi come quelli rappresentati da Nicolas Sarkozy in Francia o da Rudolph Giuliani negli Stati Uniti.
"Scomuniche" nei loro confronti mi sembrano decisamente fuori luogo.

mercoledì 10 ottobre 2007

POLITICA, RELIGIONE, LIBERALISMO, LIBERTARISMO, CATTOLICESIMO ED EUTANASIA

Un post scritto venerdì 5 ottobre da Vandea Italiana, in cui venivano messi sotto accusa i libertari che aderiscono a Tocqueville in quanto colpevoli di non parlare nei loro blog della vicenda di Gian Piero Steccato e di aver invece condotto un'accesa battaglia in favore di Piergiorgio Welby e più in generale in favore del riconoscimento del diritto all'eutanasia, e quindi (in virtù anche delle posizioni della maggioranza di essi in merito alla difesa della legge sull'aborto e a favore della legalizzazione della droga) di essere promotori di una cultura di morte che contrasta con i principi della morale cristiana, mi ha stimolato alcune riflessioni.

Riguardo il tema del post (che ha generato un'accesa discussione e che ha portato Fabristol e Jinzo a replicare nei loro blog) la mia posizione è molto semplice...
Nessuno impedisce ad una persona affetta da una grave malattia (come nel caso di Gian Piero Steccato) di continuare a vivere (ci mancherebbe altro!), viceversa siccome ad una persona nelle stesse condizioni che sceglie in modo libero e consapevole di porre termine alle proprie sofferenze fisiche e psicologiche non viene garantito questo diritto è ovvio che i libertari (e più in generale i liberali), in nome della difesa della libertà individuale e del libero arbitrio, si battano perchè questa situazione cambi.
Il caso di Gian Piero Steccato (che fatica a sostenere il peso economico delle cure delle quali necessita e che quindi chiede una maggiore assistenza da parte del Sistema Sanitario Nazionale) può essere configurato come un episodio si malasanità (o comunque di inadeguatezza della copertura sanitaria), ma l'accostamento a Piergiorgio Welby e la critica ad una dottrina filosofico-politica (il liberalismo) mi sembrano decisamente fuori luogo.

Per quanto riguarda il rapporto tra Stato, religione ed etica ho già esposto le mie considerazioni in un post precedente("Il rapporto tra Stato e religione visto da un liberale"), per cui trovo inutile ripetermi.

Quello che ha suscitato la mia attenzione è stato un commento di Vandea Italiana, in cui in risposta a Nathaniel (che giustamente afferma che anche se le statistiche citate fossero vere e che solo un malato su diecimila vuole ricorrere all'eutanasia questo diritto dovrebbe comunque essere garantito a quell'unica persona, perchè il riconoscimento della libertà individuale deve essere assicurato sempre e non può essere legato a valutazioni di carattere statistico) scrive:

"Io invece mi batterò fino alla fine perchè quell' unico cambi idea; e comunque una legge gli impedisca di fare la sua dannazione. Perchè qui siamo di passaggio, di là c'è l'eternità."

Ecco, direi che abbiamo centrato il punto fondamentale della questione.
L'errore che molto spesso commettono i cattolici impegnati in politica è quello di ritenere che i valori nei quali credono siano validi per l'intera società, e che la società stessa vada "plasmata" attraverso l'adozione di una legislazione che vieti comportamenti in contrasto con i suddetti precetti e valori di natura religiosa.
Non capendo che questo contrasta con la religione nella quale essi affermano di credere.
Esaminiamo la questione da un punto di vista teologico.
Diamo per buono che Dio esista, e che si tratti del Dio descritto nella Bibbia.
Dio crea l'uomo dotandolo, a differenza degli animali, del libero arbitrio.
Questo perchè desidera che gli uomini obbediscano alle sue leggi perchè scelgono LIBERAMENTE di farlo, in segno di riconoscenza per aver ricevuto il dono della vita.
Cristo non ordina ai suoi dicepoli di imporre i suoi insegnamenti con la forza, ma di predicarli in modo pacifico astenendosi dalla gestione del potere politico.
Un cattolico avrebbe tutte le ragioni di opporsi a leggi che restringono la sua libertà di culto (come quelle che erano in vigore nei regimi comunisti), ma non ha alcun motivo di opporsi a leggi che garantiscono la libertà di scelta, perchè all'interno di questo contesto è tutelato sia chi crede sia chi non crede.
E chi crede può legittimamente cercare di fare proselitismo per cercare di convincere chi non crede della bontà delle sue opinioni.
Facciamo l'esempio dell'eutanasia.
Se la legge la permette le autorità religiose indicheranno legittimamente ai propri fedeli quale comportamento tenere, dunque se io sono credente mi asterrò dal praticarla su di me e poichè il messaggio salvifico cristiano va diffuso cercherò di far cambiare idea a chi non crede.
Se ci riuscirò avrò salvato una persona, altrimenti se Dio esiste ed è quello descritto nella Bibbia risponderà delle conseguenze del suo gesto.
Quello che mi preme sottolineare è che secondo la Bibbia la sottomisissione a Dio deve essere fatta convintamente e con cuore sincero.
Il fatto che io non pratichi su di me l'eutanasia non perchè sia convinto che essa è sbagliata ma semplicemente perchè mi viene impedito da un punto di vista cristiano non è una "vittoria", perchè stando allo spirito del messaggio biblico è come se io l'avessi praticata.
Il compito di un credente non è dunque quello di "plasmare" la società uniformando le leggi dello Stato ai precetti della religione nella quale si crede, ma invece è quello di essere coerenti a livello personale con tali principi e cercare di divulagrli (attraverso la persuasione e non attraverso la coercizione) all'interno di un contesto che assicuri agli individui la massima libertà di scelta possibile.
Plasmare la società attraverso la legislazione concettualmente non è molto diverso dal convertire forzatamente le persone come veniva fatto con gli indigeni nel Medio Evo.
E si tratta di un abominio, sia da un punto di vista liberale sia da un punto di vista teologico!

martedì 9 ottobre 2007

IL DIVORZIO, UN DIRITTO LEGALMENTE GARANTITO... OPPURE NO?

Considero il divorzio un diritto sacrosanto, e la legge del 1970 che lo ha introdotto nell'ordinamento italiano un provvedimento di grande civiltà.
A 37 anni di distanza sembra però che il divorzio non sia un diritto così saldamente acquisito come si pensava.
Personalmente sarei favorevole all'introduzione del cosiddetto divorzio breve...
Ok, forse per il tipo di Paese nel quale viviamo il divorzio breve sarebbe troppo, ma se non possono darcene uno breve almeno ce ne diano uno che non abbia tempi biblici!
E' forse chiedere troppo?